martedì 3 febbraio 2009
VUOTO CONTRO VUOTO
mercoledì 7 gennaio 2009
UN SOGNO (QUASI) IMPOSSIBILE
Nel 1792 un buon numero di schiavi neri parteciparono ai lavori di edificazione della Casa Bianca, e in tutto ben 12 presidenti degli Stati Uniti furono proprietari di schiavi, 8 di loro mentre erano in carica. Tra meno di 2 settimane, una famiglia di afro-americani prenderà ufficialmente possesso della Casa Bianca. Il padre di Barack Obama era originario del Kenya. E un trisavolo di sua moglie Michelle, la nuova first-lady, come pure ormai molti sanno, era uno schiavo in South Carolina. A volte, ciò che sembra impossibile diviene realtà. Chissà che un altro sogno impossibile possa realizzarsi, un sogno per realizzare il quale sarebbe assolutamente necessario il massimo sforzo di Barack Obama: la pace tra israeliani e palestinesi. Sarà estremamente difficile, per non dire quasi impossibile. Dopo aver assunto il potere, 8 anni fa, George W. Bush disse a un fidato collaboratore: “Non ci sono premi Nobel da vincere nel conflitto israeliano-palestinese”. Bush in Medio Oriente si dedicò così ad altre cause, con i noti risultati. Ma come Obama disse mesi fa in un discorso pronunciato a Washington davanti all’American Israel Public Affairs Committee, il sacro libro ebraico del Talmud contiene un imperativo: “Tikkun olam”, ovvero l’obbligo di riparare i danni del mondo. Può darsi che Barack Obama in 4 o in 8 anni alla Casa Bianca non possa vincere alcun premio Nobel per la pace o riparare alcunchè tra israeliani e palestinesi, ma gli rimane almeno l’obbligo morale di provarci. Il costo di non farlo si paga in un alto tributo di sangue, come quello che scorre a Gaza in questi giorni. La storia dimostra che talvolta si può realizzare l’impossibile: irlandesi e inglesi hanno di fatto risolto un conflitto che durava dai tempi di Oliver Cromwell. E il 20 gennaio il primo presidente afro-americano entrerà alla Casa Bianca, una casa costruita con le mani e la schiena di molti anonimi schiavi neri. (Un ringraziamento personale a Enrico Franceschini)
martedì 30 dicembre 2008
UNA STELLA E UN DESIDERIO
venerdì 26 dicembre 2008
LA CULTURA NON E' UN LUSSO
giovedì 25 dicembre 2008
MADRE
Le cadde dalle ginocchia come un gomitolo di lana.
Si sdipanava in fretta e fuggiva alla cieca.
Lei reggeva l’inizio della vita. Lo girava intorno all’anulare
come un anello voleva proteggerlo.
Lui si srotolava per scoscesi pendii talvolta
si arrampicava verso l’alto. Arrivava aggrovigliato
e taceva.
Mai più farà ritorno sul dolce trono delle sue
ginocchia.
Le mani protese risplendono nel buio come
una città antica.
Zbigniew Herbert, poeta polacco (1924-1998)
IL NATALE NON HA COLPA
Non è colpa del Natale: dobbiamo continuare a pensare che ciascuno resta sempre uguale a sé stesso, che la strada che ci immaginiamo è riservata soltanto a ognuno di noi, e che per percorrerla dobbiamo continuare a credere anche nei sogni che sfumano ogni giorno.
mercoledì 17 dicembre 2008
IDEA PER UN REGALO DI NATALE
domenica 30 novembre 2008
UNA SERA A COLONIA
domenica 23 novembre 2008
MORIRE DI SCUOLA NEL 2008
mercoledì 5 novembre 2008
L'AMERICA E LA FORZA DI CHI NON SMETTE DI SOGNARE
domenica 5 ottobre 2008
QUANDO LA DEMOCRAZIA E' AZZOPPATA
venerdì 3 ottobre 2008
STRAGI SOTTO TRACCIA
Si tratta di una barbarie che non possiamo più trascurare. Ma come prevenire queste tragedie domestiche? Tanto per cominciare, secondo gli operatori sociali e legali più esperti, bisognerebbe provvedere al potenziamento dei servizi sociali di assistenza, e forse, anche ad istituire uno specifico corpo di polizia specializzato nei reati intrafamiliari, creando così una corsia preferenziale per le denunce di maltrattamenti in famiglia. Non si possono seguire i tempi delle altre indagini, se non c’è un intervento immediato, in questi casi si corre il rischio di arrivare troppo tardi: statisticamente il 50% delle stragi è solitamente una tragedia annunciata perchè preceduta da denunce e referti medici.
Quale ultimo aspetto, ma non certo per importanza, ci vorrebbe inoltre maggior celerità nelle cause di separazione. In questi casi e nei divorzi altamente conflittuali, quando ci sono dei sospetti di maltrattamento, i mariti dovrebbero essere subito allontanati da casa. E se una delle parti ha depositato copie di referti medici o di denunce penali l’udienza dovrebbe essere fissata dopo qualche giorno, al massimo entro 7 giorni, sostengono sempre gli operatori sociali e legali più esperti. Non è infatti possibile, in questi casi, seguire la trafila tradizionale. In una separazione giudiziale su 3 vengono allegati agli atti copie di referti medici e denunce. Insomma, basta con le troppe parole, bisogna finalmente provvedere: la violenza tra le mura domestiche è un dramma che non può essere più sottovalutato dalle forze politiche e dalla magistratura.
mercoledì 24 settembre 2008
MORIRE PER COSA ?
domenica 21 settembre 2008
DEDICA A TE CHE MI STAI LEGGENDO
E' domenica e dedico a tutti questa poesia di Nazim Hikhmet. E' un inno alla vita, scritto nel 1948. Di questo grande autore mi colpiscono non soltanto l'estro, l'istinto e l'intuizione artistica, ma il fatto che riesca (non c'è infatti tempo passato per l'animo e il cuore) a scrivere versi meravigliosi in momenti poco felici per il suo animo.
Alla vita (1948)
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola.
lunedì 8 settembre 2008
QUANDO NON C’E’ PIU’ L’UOMO
ho visto la cella di Massimiliano Maria Kolbe, canonizzato il 10 ottobre 1981 da Giovanni Paolo II; ho sostato di fronte a cubicoli in cui dopo 10-12 ore di lavori forzati venivamo rinchiuse insieme, senza potersi sedere e praticamente una addosso all’altra, 4-5 persone perché così morissero più rapidamente; mi hanno mostrato la stanza in cui vennero trovate una cinquantina di donne morte quando entrarono i russi il 26 gennaio 1945; ho visto la stanza delle riunioni della Gestapo; le colombaie e i cassoni di legno in cui dovevano dormire ammassati i prigionieri; ho visto montagne di scarpe, occhiali, protesi; osservando la vetrina dietro cui c’erano milioni di capelli mi hanno spiegato che era stato calcolato quanti ne porti mediamente un uomo, per determinare meglio i cicli di raccolta per lo sfruttamento industriale; che in una settimana, al massimo regime, gli aguzzini ricavavano 42 kg di oro dai denti delle vittime: nelle condizioni fisiche in cui versavano ed erano costretti a resistere i prigionieri, i nazisti preventivavano a ciascuno più o meno 3 mesi di vita; mi hanno spiegato che con 8 scatole di gas si uccidevano 2.000 persone e che si cercava di risparmiare anche sulla quantità utilizzata delle camere; ho visto le copie degli appunti e dei rapporti meticolosi dattiloscritti dagli ufficiali che pianificavano al meglio una perfetta macchina di umiliazione, sterminio, annientamento.Di fianco a me sono scorse le immagini di migliaia di persone con volti che incontriamo anche oggi lungo una qualsiasi strada: c’erano perfino bei visi da attrici ed attori.

Sono salito sulla torre centrale da cui qualcuno controllava con fierezza un regno di lucida follìa; ho visto un militare dal fisico sportivo ed aitante ridere mentre un vecchio, barcollante, si stava trascinando verso la morte perché non poteva lavorare e dunque non serviva più a nessuno; ho visto un'immagine incredibilmente scattata di nascosto, col piccolo apparecchio sotto la veste, di ciò che vedeva una donna che stava per essere gasata e i messaggi scritti e nascosti sotto terra perché qualcuno un giorno sapesse; sono entrato nelle baracche-latrine dove la minima riservatezza non esisteva più, dove non c'era più differenza con le bestie, dove i nazisti pensavano di sfruttare persino i bio-gas prodotti dai prigionieri.
Ho attraversato questi allucinanti non-luoghi, ho ascoltato ancora dell'altro, e non ho nemmeno la forza di descrivere che cosa ho provato, perché non esistono parole adatte, ma solo il silenzio, per tentare di esprimere il peso d’angoscia che mi è sceso dentro, ma so che non potrò dimenticarmi, perché non lo voglio, il terrore negli occhi di un bambino, uno per tutti, paffutello ma bellissimo, mentre gli scattavano le foto identificative perché avevano calcolato che, dopo due settimane, a causa degli stenti, i suoi lineamenti, come per quelli di tutti gli altri condannati a morire, sarebbero stati irriconoscibili, e ho scelto di ricordarmi per sempre di lui. Non ho fatto in tempo a leggere il tuo nome, piccolo, ma non temere, tu non sparirai, come tutti gli altri cuccioli impauriti che si tenevano per mano mentre andavano alle docce.
I carcerieri erano gli stessi che davanti a Padre Kolbe disposto a sacrificarsi al posto di un padre di famiglia non sapevano come reagire: impietosi davanti a gente che voleva vivere, impreparati davanti a persone che sceglievano di morire.
Mi sono tornate in mente le ultime parole di un partigiano italiano davanti al plotone d’esecuzione: “Voi mi uccidete, ma siete voi ad avere paura”. Perché i disperati erano loro, i carcerieri.
giovedì 21 agosto 2008
UN ALTRO MODO DI LEGGERE IL MEDAGLIERE OLIMPICO
Come si vede, anche le classifiche possono finire come le opinioni al bar Sport: alla fine tutti ne abbiamo una valida.
mercoledì 16 luglio 2008
GIUSTI PER COSA?
A pensarci ogni volta, mi sembra strano vivere in un Paese dove, sei hai meno di 40 anni, sei considerato (almeno sul piano lavorativo) “giovane”, mentre se conti più di 45 primavere ti passano, sempre lavorativamente parlando, per “vecchio”. Persiste, ed è purtroppo spesso riscontrabile coi fatti, una deteriorata mentalità secondo cui, se sei produttivamente “imberbe” (tra le 20 e le 39 candeline spente), cioè se manchi di una significativa (?) esperienza lavorativa rappresenti, ma soltanto a parole, una “risorsa da valorizzare”, mentre all’atto pratico costituisci più facilmente un problema da gestire. In poche parole, se ti trovi sulla fatidica soglia della cosiddetta “maturità lavorativa”, hai praticamente a tua disposizione un lustro di tempo (ovvero lo spazio temporale tra le 40 e le 44 tacche sulla tua spalla) per essere lavorativamente “giusto”. “Giusto” sì, ma per chi e cosa?Non c’è da abbattersi, perché di certo il futuro è a favore di chi non si ferma a compiangersi. Occorre invece continuare a studiare, prepararsi, aver “fame” di approfondire le cose, tenere insomma aperta la propria mente, senza mai pensare di vivere di rendita con le nozioni acquisite fino ai 35 anni, perché la cultura è prima di tutto una difesa, ricordando che ogni giorno vengono allegramente tagliate molte ali a tanti giovani (di spirito, non solo di anagrafe) che propongono idee originali, innovative o finanche idiote, ma che almeno ci provano.
E allora, se avete tra i 20 e i 40 anni, se sentite dirvi in italiano o nel vostro dialetto: “Giovane, ma dove credi di andare?”, sappiate che siete molto probabilmente sulla strada giusta. O che almeno, ci state provando.
sabato 12 luglio 2008
COSA RESTA DI LLORET DE MAR
lunedì 19 maggio 2008
TROPPE CROCI SULL’ASFALTO
Nonostante le apparenze, si tratta di un numero tristemente elevato: sono infatti dati del bollettino di una impronunciabile guerra intestina che non cessa di affliggerci e di riscuotere puntualmente il suo tragico tributo di sangue. E’ quindi doveroso soffermarsi per qualche momento a riflettere su tali cifre.
Se si esaminano più in dettaglio le circostanze che portano ogni 12 mesi l’Italia ad accusare la scomparsa di un paese dalle non trascurabili dimensioni, infatti, i contorni si fanno allarmanti: il 12,4% delle vittime di incidenti stradali sono persone investite, e il 29,3% di queste perde la vita sulle strisce pedonali. Si tratta soltanto di una tragica fatalità?
Negli ultimi anni, secondo dati dell’ACI, siamo stati l’unico Paese in cui la percentuale tra i pedoni morti sulle strisce, rispetto a quelli deceduti negli incidenti stradali, è incrementata.
E sono sempre di più gli anziani: il 55% delle vittime ha più di 70 anni.
La situazione dovrebbe fortunatamente cambiare presto: l’Unione Europea sta studiando nuovi standard di sicurezza per la protezione dei pedoni che dovrebbero entrare in vigore nel 2012. Intanto, gli automobilisti italiani devono prestare più attenzione ai passanti, anche quando non attraversano sulle strisce pedonali.
COME LE MULTE O I PROVVEDIMENTI COMUNI. Gli incidenti stradali nella mentalità italiana spesso sono come le multe da pagare o le soluzioni da intraprendere per tutti: questioni degli altri. Ma se tra coloro che hanno perso la vita sull’asfalto risultano in larga parte esserci giovani tra i 18 e i 30 anni, ciò non può restare propriamente un problema lontano dalla nostra pur piccola realtà quotidiana. Anche quest’anno, secondo i rilievi, la stragrande maggioranza delle vittime è deceduta tra le 22 e le 6 del mattino, quando il piede sull’acceleratore è più pesante e la mente un po’ annebbiata, quasi sempre a causa della stanchezza, in non pochi casi per l’effetto di farmaci e/o sostanze che alterano lo stato psico-fisico, non poco frequentemente come drammatica conseguenza di quanto precedentemente bevuto.
In qualsiasi momento la folle corsa di un’auto guidata come un bolide da corsa o come se ci si trovasse in un videogioco, può terminare contro un albero o un guard-rail. E la fluttuazione statistica in più o in meno del numero di vittime, da un anno all’altro, non cambia la sostanza del problema, che sta lentamente assumendo le maledette sembianze di una lunga e ininterrotta scia di sangue.
VICENZA E LE MORTI SULL’ASFALTO. La comunità di Vicenza non è immune dai mortali fendenti di questa invisibile lama. Nella prima metà di maggio, in una sola settimana, in seguito ad incidenti occorsi sulle strade di questa provincia, sono decedute 9 persone. Ascoltate le storie di queste e di tutte le altre vittime dall’inizio dell’anno, qualche decina, raccontate dai familiari, dagli amici, dai conoscenti. Molto spesso si tratta di donne e uomini di certo non sprovveduti, difficilmente colpiti da improvvisi malori, altrettanto dubbiosamente indeboliti dall’assunzione di sostanze nocive. Eppure i soccorritori e i sanitari spesso capiscono di essere arrivati in ritardo.
Che cosa ci sta succedendo? E’ una scia di sangue che nessuno può accettare. Rimanere indifferenti o passivi ascoltatori costituirebbe un insulto alle famiglie distrutte dal dolore. In molti di questi casi di cronaca non si tratta affatto di droga e alcol: l’eccessiva velocità rispetto ai riflessi del guidatore, la sottovalutazione dei pericoli circostanti e lo stato delle strade continuano a contribuire ad incrementare paurosamente il numero delle vittime.
LA PREVENZIONE DA SOLA NON BASTA. La polizia stradale dispone di migliaia di agenti, anche se al computo totale risultano sempre meno unità rispetto all’organico previsto e richiesto, e molte pattuglie vengono concentrate sulle autostrade. Sono uomini che svolgono un grande lavoro di tutela, ma le Statali e Provinciali, dove periscono la maggior parte dei nostri ragazzi, restano purtroppo ancora piste da corsa senza regole quando non sono addirittura percorsi piuttosto malandati. Sulle autostrade, da quando si è fatto ricorso ai cosiddetti “tutor”, dispositivi di controllo che calcolano la velocità media delle auto, gli incidenti mortali si sono praticamente dimezzati: alcune misure preventive dunque funzionano, ma è come arginare una piena montante con dei tronchi. Non si può pensare di risolvere la questione disseminando divise, auto, etilometri e precursori lungo tutti i percorsi.
Se i controlli servono, ciò che deve realmente cambiare è il nostro comune modo di pensare.
Le regole del codice della strada vanno rispettate non tanto per evitare le sanzioni o il ritiro dei punti dalla patente, ma perché consentono di salvare la nostra vita e quella degli altri.
Un dirigente della Polstrada ha affermato nei giorni scorsi: “Noi andiamo nelle scuole, spieghiamo ai ragazzi che l’aspetto repressivo è quello che ci interessa di meno, perché vogliamo solo consigliarli a prevenire la morte o tremende sofferenze”.
La sicurezza stradale è una priorità da risolvere nell’Italia del 2008, ma in campagna elettorale è stato un tema elegantemente ignorato da tutti. Auguriamoci almeno che le troppe notizie che puntualmente leggiamo o ascoltiamo servano a renderci più partecipi del fatto che ognuno di noi, una volta avviatosi lungo una strada pubblica, non è responsabile soltanto della sua vita.