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martedì 3 febbraio 2009

VUOTO CONTRO VUOTO

In questi giorni si è parlato della vile legge del branco, degli atti più assurdi commessi da agglomerati di individui spenti, di stupidità all'ennesima potenza, delle nefandezze possibili e immaginabili perpetrate da orde di vigliacchi, dei fattori generazionali e razziali, delle perversità di razziatori, stupratori, giovani annoiati, di furti, ricatti, droghe, aggressioni, di molestie, di reati imbecilli contro il patrimonio comune, di oscenità e malvagità assortite, di vandalismo idiota e di piromania a basso rischio. Si è discettato inoltre sul vuoto creato dalla segregazione e dall'autosegregazione, e della pochezza di squallidi giustizieri di borgata. Hanno aggiunto che oggi ai giovani manca anche una chiara forza idealistica, che ciò che rende il branco una minuscola comunità violenta è proprio la non appartenenza a una comunità politica. Ovviamente si è s-parlato della televisione che estrae il peggio dalle persone con la sua sciatteria propalata a tutte le ore. Che ci vuole ormai un agente di pubblica sicurezza per ogni persona, e forse non basterebbe ancora. Probabilmente a questo elenco manca ancora dell'altro. Molti purtroppo si sono dimenticati di proporre anche qualche valida idea per riuscire a convogliare le preziose energie dei giovani in forme e direzioni utili per la società, ma prima di tutto per loro stessi e il futuro che li attende comunque. Il dramma, per tanti cosiddetti esperti ed opinionisti, è che a questo punto latitano le idee.

mercoledì 7 gennaio 2009

UN SOGNO (QUASI) IMPOSSIBILE

Nel 1792 un buon numero di schiavi neri parteciparono ai lavori di edificazione della Casa Bianca, e in tutto ben 12 presidenti degli Stati Uniti furono proprietari di schiavi, 8 di loro mentre erano in carica. Tra meno di 2 settimane, una famiglia di afro-americani prenderà ufficialmente possesso della Casa Bianca. Il padre di Barack Obama era originario del Kenya. E un trisavolo di sua moglie Michelle, la nuova first-lady, come pure ormai molti sanno, era uno schiavo in South Carolina. A volte, ciò che sembra impossibile diviene realtà. Chissà che un altro sogno impossibile possa realizzarsi, un sogno per realizzare il quale sarebbe assolutamente necessario il massimo sforzo di Barack Obama: la pace tra israeliani e palestinesi. Sarà estremamente difficile, per non dire quasi impossibile. Dopo aver assunto il potere, 8 anni fa, George W. Bush disse a un fidato collaboratore: “Non ci sono premi Nobel da vincere nel conflitto israeliano-palestinese”. Bush in Medio Oriente si dedicò così ad altre cause, con i noti risultati. Ma come Obama disse mesi fa in un discorso pronunciato a Washington davanti all’American Israel Public Affairs Committee, il sacro libro ebraico del Talmud contiene un imperativo: “Tikkun olam”, ovvero l’obbligo di riparare i danni del mondo. Può darsi che Barack Obama in 4 o in 8 anni alla Casa Bianca non possa vincere alcun premio Nobel per la pace o riparare alcunchè tra israeliani e palestinesi, ma gli rimane almeno l’obbligo morale di provarci. Il costo di non farlo si paga in un alto tributo di sangue, come quello che scorre a Gaza in questi giorni. La storia dimostra che talvolta si può realizzare l’impossibile: irlandesi e inglesi hanno di fatto risolto un conflitto che durava dai tempi di Oliver Cromwell. E il 20 gennaio il primo presidente afro-americano entrerà alla Casa Bianca, una casa costruita con le mani e la schiena di molti anonimi schiavi neri. (Un ringraziamento personale a Enrico Franceschini)

martedì 30 dicembre 2008

UNA STELLA E UN DESIDERIO

Qualche desiderio particolare per l'anno a venire ? No, non ne custodisco uno di preciso: credo sempre di più che i sogni aiutino a costruire, perchè nella realtà del giorno non svaniscono, ma divengono idee motrici, e potrei citare qualche esempio capitato anche a me in questa prima parte di vita. Di più non saprei augurare anche a te che mi stai leggendo. Il passato recente è stato difficile, il prossimo futuro sarà duro, almeno così prevedono gli esperti (?) analisti socio-economici del nostro tempo. Io, più umilmente, dico: difendiamo il buonumore e la nostra cultura, sono due cose che nessuno ci può portare via. E per la voce Amore, ricordo che S. Agostino sosteneva che se ami davvero, dopo sei libero di fare tutto il resto. Io, caro lettore, mi sento con tutto il cuore di consigliarti modestamente: cerca di ricordarti sempre di chi ti ha voluto del bene. E il cielo di domani così forse ti apparirà meno scuro.

venerdì 26 dicembre 2008

LA CULTURA NON E' UN LUSSO

Inquietante: soltanto 41 italiani su 100 hanno letto un libro nell'ultimo anno, la stragrande maggioranza - ovvero il 59 % - si è ben guardato dal farlo. E comunque, manco a dirlo, a leggere di più son sempre le donne: l’Istat, infatti, ha rilevato che negli ultimi 12 mesi il 50% delle donne ha letto almeno un libro (contro il 37,7% degli uomini). Tale tendenza è ancor più accentuata tra i 18-19enni (dove addirittura il 68,1% delle ragazze dichiara di leggere contro il 40,4% dei ragazzi) e i 20-24enni (dove il gap scende a 25,1 punti). La cultura è prima di tutto una difesa. Un popolo di ignoranti è una facile preda per populisti e demagoghi.

giovedì 25 dicembre 2008

MADRE

Nel giorno della Natività e della vera Festa della Famiglia, dedico una poesia alla figura della Madre e al doloroso senso della lenta perdita di un figlio donato alla Vita.

Le cadde dalle ginocchia come un gomitolo di lana.
Si sdipanava in fretta e fuggiva alla cieca.
Lei reggeva l’inizio della vita. Lo girava intorno all’anulare
come un anello voleva proteggerlo.

Lui si srotolava per scoscesi pendii talvolta
si arrampicava verso l’alto. Arrivava aggrovigliato
e taceva.
Mai più farà ritorno sul dolce trono delle sue
ginocchia.
Le mani protese risplendono nel buio come

una città antica.

Zbigniew Herbert, poeta polacco (1924-1998)

IL NATALE NON HA COLPA

Tutti lo sappiamo: ci sono Natali che erodono il cuore. Forse bisognerebbe vietarlo ai maggiori di dodici anni. Ma forse non dobbiamo nemmeno farci ingannare dai capelli candidi, dalle rughe, dalla verità ufficiale in cui pretendono che crediamo, come nemmeno da tutto ciò che la vita ha reso in quel che siamo adesso.
Non è colpa del Natale: dobbiamo continuare a pensare che ciascuno resta sempre uguale a sé stesso, che la strada che ci immaginiamo è riservata soltanto a ognuno di noi, e che per percorrerla dobbiamo continuare a credere anche nei sogni che sfumano ogni giorno.

mercoledì 17 dicembre 2008

IDEA PER UN REGALO DI NATALE

L'idea per un regalo di Natale da fare anche a sè stessi? Un buon casco. Di affidabile marca, con tutte le omologazioni d'occorrenza. Tralasciate il cosiddetto "scodellino", che non copre neppure le orecchie, che serve solo all'estetica e a chi te lo vende, e dunque, per chi lo indossa sulle strade, a nulla. Scegliete piuttosto un modello "integrale", oppure un jet di quelli buoni. Coprono la testa e il viso nelle sue parti difendibili. Scegliete un colore vivo, anche un casco decorato con i simboli che preferite (se non sono offensivi) o del vostro campione preferito. Questa protezione non costa poco, ma ciò che difende vale molto, molto di più. Quindi, è un acquisto che vale. Un vero acquisto d'amore. Se poi lo paragoniamo al prezzo di certe scarpe, di certi portatili, figuriamoci di certi telefonini, non c'è nemmeno storia. Utilizzando un linguaggio informatico, immaginate anche voi che si tratti di un firewall per il vostro hard disk personale. Quello dove risiedono i pensieri, i ricordi, le abitudini, gli scherzi, perfino gli amori. Non vi cambierà la vita, ma ve la può salvare.
(Un ringraziamento personale a Chicco Gallus)

domenica 30 novembre 2008

UNA SERA A COLONIA

Che cosa posso insegnarti io ? Pochissimo, al massimo raccontarti qualcosa che credo possa aiutarti. Tipo: c’è Keith Jarrett al piano, da solo, a Colonia, è una sera del 1975, è il 24 gennaio del 1975. Keith Jarrett sale sul palco, è reduce da due notti insonni, non si regge in piedi. Ha espressamente richiesto un pianoforte che non è arrivato. Quello in dotazione nel teatro gli è parso inadatto, insoddisfacente, l'ha provato, si è alzato e ha annunciato che il concerto è annullato. Poi, all'ultimo, cambia idea. I tecnici del suono decidono solo in extremis di mettere i microfoni per registrare la musica per gli archivi, per dovere di cronaca. Alle prime note qualcuno ride, tanto è fuori registro. Poi è silenzio. Segue un capolavoro dell'improvvisazione. Un amico di Jarrett spiegò così quel che accadde: "Probabilmente suonò in quel modo perché non aveva un buon pianoforte. Dato che non poteva innamorarsene, cercò un altro modo di tirarne fuori il meglio".
Non sai mai quando stai per dare il meglio di te, certo non sarà quando sei preparato per farlo. Né sai quando otterrai da qualcuno o qualcosa il meglio. Certo non sarà qualcuno o qualcosa che ti si presenta alla perfezione, senza un problema. Sarai solo sul palco e non avrai una seconda possibilità. E, il più delle volte, non ne tirerai fuori niente. Una volta, però, tutto potrà risultare indimenticabile.
(Un ringraziamento personale a Gabriele Romagnoli)

domenica 23 novembre 2008

MORIRE DI SCUOLA NEL 2008

Muoiono fisicamente coloro che si tolgono la vita per la vergogna di una bocciatura o per l'insostenibile fardello di un nomignolo che brucia come un marchio infamante. L’ultima vittima si chiamava Vito Scafidi: allievo della IV G del liceo Darwin di Rivoli (Torino), è rimasto ucciso dal crollo del soffitto della sua aula. Una "tragedia inspiegabile", come ha dichiarato il ministro Gelmini? Le cause ce le potranno spiegare soltanto i tecnici, ma di certo nel nostro Paese 60 edifici scolastici su 100 risultano fuori norma. E di certo, nella bufera delle constestazioni che ha investito la nuova riforma, si è parlato di ogni cosa fuorché dell'incolumità fisica degli studenti italiani. Alla luce di quanto è avvenuto ieri a Torino, tutto ha il sapore amaro di una tragica ironia: nei prossimi giorni in Italia si celebrerà la VI Giornata nazionale della Sicurezza nelle Scuole, quasi certamente con la presenza di autorità politiche e amministrative locali, le stesse che da anni assicurano interventi, naturalmente mai eseguiti. "Sicurezza" si fa per dire, perché in quasi tutta Italia aule e palestre sono fatiscenti, gli edifici spesso traballanti, sporchi e inadeguati. Il 75% di essi risulta “a rischio” perché non sono a norma, mentre gli incidenti a professori e studenti sono in costante crescita: nel 2007, secondo l’Inail, 12.912 al personale e 90.478 a danno degli alunni. I fondi per adeguare le strutture, ovviamente, sono sempre scarsi, e magari "ci sono altre priorità". Insomma, è un atto di coraggio mandare i figli a scuola. La gravità della situazione era stata denunciata per l’ennesima volta lo scorso settembre da Cittadinanzattiva, che presentò il VI Rapporto annuale su sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici, dopo aver esaminato 132 scuole di ogni ordine e grado, dislocate in 12 regioni e frequentate da 41.269 studenti. Risultato? Due edifici scolastici su tre sono “appena sufficienti” o “pessimi”. L’istantanea scattata fa rabbrividire: 4 istituti su 10 sono senza palestra; le aule, alle quali spetta il titolo di “ambiente più sporco”, presentano crolli di intonaco in un caso su 5 e altri segni di degrado nel 29% dei casi; il 50% ha un impianto elettrico risalente agli anni Quaranta e nessuna norma antincendio; il 42% non ha porte antipanico; il 20% ha pavimenti sconnessi; il 24% ha finestre rotte; il 29% ha attrezzature sportive danneggiate, ma c’è pure un 9% che non ne possiede nemmeno una. Il campionario dei casi “al limite” è lunghissimo. Esistono cantine umide per fare ginnastica, aule riscaldate con stufe elettriche (alla bella faccia del risparmio energetico), termosifoni che cadono, aule poste sotto il livello stradale, infiltrazioni d’acqua, tubi e fili elettrici a vista, pavimenti e sanitari vecchi e rotti, ascensori non collaudati. Il 75% degli istituti scolastici in Italia non è sicuro, per questo serve una loro revisione immediata, per individuare quelle a rischio ed evitare altre tragedie. Impegnatevi, cari signori politici italiani, affinché i risparmi derivanti dal progetto di riforma della scuola e dal piano di razionalizzazione degli edifici scolastici siano reinvestiti e destinati esclusivamente alla messa in sicurezza dell'edilizia scolastica. Ripartiamo da lì, dalla sicurezza di ciò che già è presente. Nella giornata di oggi, i telegiornali parleranno più volte del tragico crollo: assisteremo alle solite accuse, alle solite statistiche, alla solita sfilata di opinionisti. Io non riesco, scusatemi, ad esprimere un onorevole parere. Penso soltanto alla vita spezzata di questo adolescente e della sua famiglia e mi chiedo che senso avrà continuare a discutere sulla cosiddetta riforma di una scuola che andrebbe ricostruita, non solo metaforicamente, dalle sua fondamenta e sulla quale una società civile dovrebbe fare i massimi investimenti. Sarà difficile, e spero lo rimanga anche per tutti coloro che ci governano, dimenticare Vito Scafidi, 17 anni, un ragazzo che come tanti suoi coetanei amava la vita, divenuto tristemente l'emblema di una scuola italiana che nel 2008, nelle condizioni vergognose in cui si trova, ha finito con l'ucciderlo.

mercoledì 5 novembre 2008

L'AMERICA E LA FORZA DI CHI NON SMETTE DI SOGNARE

Il fenomeno Obama ha travalicato l’America e l’onda emotiva, dopo la sua elezione (quale 44.mo presidente degli USA) si sta allargando a tutto il mondo globalizzato, Cina ed Iran compresi. Se l’entusiamo giova, l’esaltazione però nuoce alla politica e c’è il rischio che speranze e attese vengano presto deluse e frustrate. Obama (47 anni) viene infatti spesso definito come un altro Kennedy (che ne aveva 44 anni al momento dell’elezione): il mito di JFK è ancora vivo, anche se più in Europa che in America, ma oggi sappiamo che il vero artefice della legislazione sui diritti civili, e di un welfare americano destinato ad essere smantellato dalle amministrazioni repubblicane nei 30 anni successivi, fu Lyndon Johnson, a suo tempo uno dei presidenti più impopolari. Obama ha dimostrato grande intelligenza e grande abilità nell’organizzare e condurre una campagna elettorale quasi senza errori mentre sia Hillary Clinton che John McCain, i suoi maggiori avversari, ne hanno fatti diversi. È circondato da uno stuolo di consiglieri di grande livello, economisti, diplomatici, sociologi, il meglio insomma che oggi possa offrire l’America. Ciò che consiglia cautela è piuttosto la situazione obiettiva che Obama erediterà, caratterizzata da una crisi di cui resta ancora da capire il percorso, di scegliere i mezzi per farvi fronte a cui il Paese arriva dopo anni difficili con risorse limitate da una politica demogogica di tagli fiscali indiscrimati, dai costi altissimi di una guerra ancora aperta con una moneta inflazionata che non potrà più occupare la posizione dominante che ha mantenuto per più di mezzo secolo. Ha mandato in soffitta, al termine dell’era di Bush, la visione unilaterale e muscolare dei rapporti internazionali, le teorie neo-con, della democrazia esportata sulla punta del fucile. Ha riscoperto lo statalismo keynesiano, dopo la lunga parentesi del liberismo sfrenato, della finanza allegra e selvaggia, incubatrice delle attuali sventure. Ma ha soprattutto rotto gli argini del conformismo e delle convenzioni, degli assetti costituiti del potere, testardamente maschile, rigorosamente bianco. Sul palcoscenico delle primarie e poi della maratona presidenziale hanno fatto il loro ingresso e lasciato il segno Hillary Clinton, a lungo considerata la prima potenziale presidentessa della superpotenza Usa. Poi Sarah Palin, con la sua carica comunque carismatica di paladina dei valori ipercristiani, del ventre conservatore del paese, di un diverso modo di essere donna e femminista.Ed infine lui, il fenomeno Obama, primo nero della storia Usa a conquistare la leadership di uno dei due grandi partiti statunitensi; a sconfiggere la formidabile macchina da guerra di Hillary nella primarie. Ed a puntare, lui, figlio ed erede di 300 anni di sofferenza ed umiliazione della gente nera, alla conquista della Casa Bianca. Un’impresa condotta con grande intelligenza, freddezza, lungimiranza e disciplina, pregio quest’ultimo tradizionalmente alieno alla macchina politico-elettorale del partito democratico. Una battaglia combattuta con un avversario tenace ed esperto come McCain. Anch’egli simbolo, nonostante l’età avanzata e la lunga militanza a Washington, dell’urgenza di cambiare strada dopo otto lunghi anni di regno busciano. “Change!”, invocavano a gran voce ieri decine di milioni di americani per ora in fila davanti ai seggi. E cambiamento, in ogni caso, hanno avuto. Perchè la grande forza dell'America sta nella sua irrefrenabile voglia di continuare a sognare.

domenica 5 ottobre 2008

QUANDO LA DEMOCRAZIA E' AZZOPPATA

L'utilità della libertà di espressione e di voto non si misura solo a partire dal suo "rendimento" concreto, dall'efficacia pratica dei risultati. Se servisse solo per affermare idee incontrastabili, non si spiegherebbe perché, per quanto faticosamente, tale principio regga ancora in Italia. La libertà di espressione si ridurrebbe infatti ad essere un semplice utensile per realizzare e smerciare dei "prodotti" pubblici e/o privati; un sistema e un metodo per decidere allo stesso modo di un'azienda qualsiasi. La libertà di espressione ha valore in sé: essa è un valore in sé. Le procedure mediante cui essa si realizza fungono da fonte di legittimazione perché garantiscono il riconoscimento al diritto di manifestare il proprio pensiero, e soprattutto il dissenso in modo civile. La libertà di manifestazione del pensiero, se espressa civilmente, è utile e necessaria proprio perché, se oggettiva ed obiettiva, permette il confronto critico, incanala il dissenso sociale, garantisce la mediazione critica e sostituisce la partecipazione allo scontro. Essa, peraltro, offre un sostegno importante e insostituibile alla vera democrazia rappresentativa. Devia le forme di dissenso dentro alle logiche e alle regole del confronto civile. Isola ed estromette le frange più estreme, le pulsioni incontrollabili e le tentazioni più violente. Se essa non può essere strumento per “gestire” il malessere e le tensioni sociali, chi vi partecipa e accetta quella altrui riconosce implicitamente il gioco della democrazia. Perché si trasferisce il confronto dalla piazza a metodi e mezzi rappresentativi più civili, e quindi si preferisce attivamente la logica della libera manifestazione di pensiero a quella dello scontro. Senza ad esempio la libertà di stampa e di espressione democratica invece, la società si ritrova azzoppata e costretta al silenzio. Se si mette un bavaglio a questi diritti si sancisce, semplicemente, che la democrazia è una “cosa” inutile. Che la partecipazione non serve, che l'ascolto e la comunicazione sono soltanto dei vizi. Che magari è perfino meglio decidere ignorando il dissenso, dichiarando cioè preventivamente "illegittima" la minima possibilità di farlo emergere. Ma la libertà di libera espressione, che è una forma diretta della democrazia, ha una sua funzione “terapeutica”, prima che concreta e strumentale: serve a curare, prevenendola, dall’estremizzazione dei rapporti sociali e politici, a evitare che la loro possibile frustrazione degeneri, intaccando il corpo stesso del dialogo civile. Quando la libertà di espressione è resa sterile, inutile, insignificante, quando è svuotata del suo reale valore, allo stesso modo della democrazia, allora è lecito avere paura non solo del proprio futuro.
(Un ringraziamento personale a Ilvo Diamanti)

venerdì 3 ottobre 2008

STRAGI SOTTO TRACCIA

Nelle ultime 3 settimane 8 bambini sono stati uccisi in famiglia. Come dire quasi 1.000 vittime l’anno tra omicidi e suicidi, il doppio di quante ne fanno insieme mafia e terrorismo. Il vertice dell’aumento dei delitti l’abbiamo toccato nel corso degli ultimi 2 anni. Mai si erano contate così tante vittime di omicidi e suicidi legati a vicende familiari. Il fenomeno può essere spiegato con la solitudine delle coppie in grave conflitto tra loro e anche con l’aumento delle separazioni chieste dalle donne: in 6 casi su 10 sono infatti le donne a decidere di troncare il rapporto e a rivolgersi all’avvocato, e questa condizione spesso l’uomo non riesce a sopportarla. Le ragioni di questo rifiuto sono spesso facilmente comprensibili: in molti casi, si tratta di persone che hanno subìto dei maltrattamenti in famiglia.In che modo si può comunque prevenire la violenza sotto il tetto domestico? Per prima cosa, non sottovalutando le avvisaglie: la gran parte di questi fatti di sangue deriva da separazioni e divorzi gestiti non sempre al meglio e le cui vicende spesso vengono sottovalutate dagli addetti ai lavori. Ogni giorno vengono emessi dagli ospedali italiani centinaia di referti medici che attestano lesioni subite da donne e bambini tra le mura familiari.
Si tratta di una barbarie che non possiamo più trascurare. Ma come prevenire queste tragedie domestiche? Tanto per cominciare, secondo gli operatori sociali e legali più esperti, bisognerebbe provvedere al potenziamento dei servizi sociali di assistenza, e forse, anche ad istituire uno specifico corpo di polizia specializzato nei reati intrafamiliari, creando così una corsia preferenziale per le denunce di maltrattamenti in famiglia. Non si possono seguire i tempi delle altre indagini, se non c’è un intervento immediato, in questi casi si corre il rischio di arrivare troppo tardi: statisticamente il 50% delle stragi è solitamente una tragedia annunciata perchè preceduta da denunce e referti medici.
Quale ultimo aspetto, ma non certo per importanza, ci vorrebbe inoltre maggior celerità nelle cause di separazione. In questi casi e nei divorzi altamente conflittuali, quando ci sono dei sospetti di maltrattamento, i mariti dovrebbero essere subito allontanati da casa. E se una delle parti ha depositato copie di referti medici o di denunce penali l’udienza dovrebbe essere fissata dopo qualche giorno, al massimo entro 7 giorni, sostengono sempre gli operatori sociali e legali più esperti. Non è infatti possibile, in questi casi, seguire la trafila tradizionale. In una separazione giudiziale su 3 vengono allegati agli atti copie di referti medici e denunce. Insomma, basta con le troppe parole, bisogna finalmente provvedere: la violenza tra le mura domestiche è un dramma che non può essere più sottovalutato dalle forze politiche e dalla magistratura.

mercoledì 24 settembre 2008

MORIRE PER COSA ?

Ieri sera altre due vite umane sono state sradicate lungo una strada. Una donna e un uomo, Cecilia e Alessandro, due miei amici di gioventù, falciati da una macchina impazzita, sono rimasti a terra. Un ragazzo di 18 anni, il loro investitore, su quell'asfalto viscido non ha lasciato la vita ma la serenità di tutta la sua esistenza. Quando un pezzo della tua giovinezza e del tuo futuro muoiono in questo modo lungo uno strafottuto nastro grigio, quando viene stracciata così anche la storia di una coppia di persone che hanno condiviso, senza cedere, senza arrendersi, senza comunque mai piegarsi, perchè è stato l'Amore a tenerle insieme, innumerevoli momenti di difficoltà e amarezza, nulla di ragionevole può davvero bastare per giustificare a te stesso che tutto questo non ha un senso.
Credo in Dio, in un valore eterno di ciò che siamo e che siamo stati, e per questo un giorno, finalmente incontrandolo, non mi importa se dovrò restare prostrato davanti ad una Luce, se vestiremo entrambi in jeans o in abito da sera, se dovrò rimanere in piedi o se potrò sedermi vicino a Lui sulla panchina di un parco, aprendogli ancora una volta il cuore, Gliene chiederò la Ragione.

domenica 21 settembre 2008

DEDICA A TE CHE MI STAI LEGGENDO

Da quando ho aperto il mio blog personale, a distanza di 11 anni dal mio primo utilizzo di Internet, ho verificato con piacere che la Rete, nella sua pur sempre limitata estensione mondiale e con tutti i comprensibili difetti qualitativi ci cui spesso soffre, permette anche di raggiungere persone lontane con le quali fino a qualche momento prima mai avremmo potuto pensare di condividere qualcosa, e magari di conoscere direttamente le loro idee, il loro modo di sentire le stesse cose.
Ricevo puntualmente accessi da tutta Italia e dall'Estero, e desidero ringraziare di cuore ognuno di voi, anche tu che mi stai leggendo in questo momento, per i commenti e i contributi che ricevo. Adesso sono pienamente convinto che ogni minuto dedicato a custodire ed aggiornare questo blog, come meglio posso e nei miei ritagli di tempo, non è speso invano.
E' domenica e dedico a tutti questa poesia di Nazim Hikhmet. E' un inno alla vita, scritto nel 1948. Di questo grande autore mi colpiscono non soltanto l'estro, l'istinto e l'intuizione artistica, ma il fatto che riesca (non c'è infatti tempo passato per l'animo e il cuore) a scrivere versi meravigliosi in momenti poco felici per il suo animo.

Alla vita (1948)

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro,
ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola.

lunedì 8 settembre 2008

QUANDO NON C’E’ PIU’ L’UOMO

7 Settembre 2008. Ci sono inferni spenti le cui braci continuano a bruciare nel nostro animo. In una domenica di pallido sole sono entrato nel campo di Auschwitz e ho visitato quello gemello di Birkenau. Sono arrivato ad un muro davanti a cui vennero fucilate almeno 70.000 persone, però col fondo rinforzato, altrimenti fuori si sarebbe potuto sentire il rumore degli spari; ho visto i forni crematori, le stanze affumicate e le impronte di chi cercava di grattare il muro per sciogliere il ghiaccio dai sottili passaggi per l’aria consentita a 50 esseri umani; ho visto la cella di Massimiliano Maria Kolbe, canonizzato il 10 ottobre 1981 da Giovanni Paolo II; ho sostato di fronte a cubicoli in cui dopo 10-12 ore di lavori forzati venivamo rinchiuse insieme, senza potersi sedere e praticamente una addosso all’altra, 4-5 persone perché così morissero più rapidamente; mi hanno mostrato la stanza in cui vennero trovate una cinquantina di donne morte quando entrarono i russi il 26 gennaio 1945; ho visto la stanza delle riunioni della Gestapo; le colombaie e i cassoni di legno in cui dovevano dormire ammassati i prigionieri; ho visto montagne di scarpe, occhiali, protesi; osservando la vetrina dietro cui c’erano milioni di capelli mi hanno spiegato che era stato calcolato quanti ne porti mediamente un uomo, per determinare meglio i cicli di raccolta per lo sfruttamento industriale; che in una settimana, al massimo regime, gli aguzzini ricavavano 42 kg di oro dai denti delle vittime: nelle condizioni fisiche in cui versavano ed erano costretti a resistere i prigionieri, i nazisti preventivavano a ciascuno più o meno 3 mesi di vita; mi hanno spiegato che con 8 scatole di gas si uccidevano 2.000 persone e che si cercava di risparmiare anche sulla quantità utilizzata delle camere; ho visto le copie degli appunti e dei rapporti meticolosi dattiloscritti dagli ufficiali che pianificavano al meglio una perfetta macchina di umiliazione, sterminio, annientamento.
Di fianco a me sono scorse le immagini di migliaia di persone con volti che incontriamo anche oggi lungo una qualsiasi strada: c’erano perfino bei visi da attrici ed attori.
Sono salito sulla torre centrale da cui qualcuno controllava con fierezza un regno di lucida follìa; ho visto un militare dal fisico sportivo ed aitante ridere mentre un vecchio, barcollante, si stava trascinando verso la morte perché non poteva lavorare e dunque non serviva più a nessuno; ho visto un'immagine incredibilmente scattata di nascosto, col piccolo apparecchio sotto la veste, di ciò che vedeva una donna che stava per essere gasata e i messaggi scritti e nascosti sotto terra perché qualcuno un giorno sapesse; sono entrato nelle baracche-latrine dove la minima riservatezza non esisteva più, dove non c'era più differenza con le bestie, dove i nazisti pensavano di sfruttare persino i bio-gas prodotti dai prigionieri.
Ho attraversato questi allucinanti non-luoghi, ho ascoltato ancora dell'altro, e non ho nemmeno la forza di descrivere che cosa ho provato, perché non esistono parole adatte, ma solo il silenzio, per tentare di esprimere il peso d’angoscia che mi è sceso dentro, ma so che non potrò dimenticarmi, perché non lo voglio, il terrore negli occhi di un bambino, uno per tutti, paffutello ma bellissimo, mentre gli scattavano le foto identificative perché avevano calcolato che, dopo due settimane, a causa degli stenti, i suoi lineamenti, come per quelli di tutti gli altri condannati a morire, sarebbero stati irriconoscibili, e ho scelto di ricordarmi per sempre di lui. Non ho fatto in tempo a leggere il tuo nome, piccolo, ma non temere, tu non sparirai, come tutti gli altri cuccioli impauriti che si tenevano per mano mentre andavano alle docce.
I carcerieri erano gli stessi che davanti a Padre Kolbe disposto a sacrificarsi al posto di un padre di famiglia non sapevano come reagire: impietosi davanti a gente che voleva vivere, impreparati davanti a persone che sceglievano di morire.
Mi sono tornate in mente le ultime parole di un partigiano italiano davanti al plotone d’esecuzione: “Voi mi uccidete, ma siete voi ad avere paura”. Perché i disperati erano loro, i carcerieri.

giovedì 21 agosto 2008

UN ALTRO MODO DI LEGGERE IL MEDAGLIERE OLIMPICO


Qualche volta, sulla differenza tra il podio e la medaglia di “legno” (il 4° posto) più che la prestazione atletica incidono la sorte o un punteggio eccessivamente benevolo da parte di un giudice. Oltre a ciò, il medagliere non evidenzia mai la qualità di risultati che, se non valgono un podio, possono avere comunque un valore significativo. Per allargare la valutazione sui risultati non contemplati nel medagliere abbiamo conteggiato tutti i piazzamenti tra i primi 8 (considerandoli finalisti), attribuendo dei punteggi a scalare: 8-7-6-5-4-3-2-1. Con tale criterio finiscono col primeggiare gli USA, superiori alla Cina per numero di finalisti in tutte le prime 8 posizioni, escluse ovviamente le vittorie. Terza è la Russia (21 quarti posti, come USA e Cina), quarta l'Australia, a seguire Gran Bretagna, Germania e Francia, con l'Italia ottava, davanti al Giappone e all'Ucraina. La classifica a punti valorizza le prestazioni italiane: 74 finalisti, di cui ben 13 finiti al 4° posto e altrettanti al 5°. Gli atleti azzurri sarebbero così quarti davanti a giapponesi e sudcoreani ma finirebbero alle spalle dei francesi, che dalla loro farebbero “pesare” la presenza nelle fasi finali di ben 104 atleti. E’ il segno di un movimento in piena salute perchè riesce ad esprimere valori di livello elevato distribuiti su un più ampio ventaglio di discipline. USA, Cina e Corea del Sud si distinguono perché hanno ottenuto più podi (rispettivamente 110, 100 e 31) che piazzamenti dal 4° all’8° posto (88, 66 e 20): è l'indice della capacità di individuare le gare in cui eccellere. Altro indizio per valutare la forza teorica di un movimento è il rapporto fra le medaglie conquistate e il numero degli abitanti: in questo svetta nettamente la Giamaica, che con una popolazione di 2,8 milioni di persone (Fonte: CIA) ha raccolto ben 11 medaglie (e 2 quarti posti, uno nel lungo), tutte nelle gare veloci di atletica. Seconda l'Australia, a seguire: Nuova Zelanda, Norvegia, Cuba, Armenia, Bielorussia, Georgia, Danimarca e Slovacchia. Quanto all’influenza delle giurie, ridimensionando i Giochi, escludendo cioè le discipline in cui queste sono decisive (ovvero: dressage, ginnastica, judo, lotta, nuoto sincronizzato, pugilato, scherma, taekwondo e tuffi), la Cina perderebbe il 50% del suo bottino (26 ori in meno sui 51 totali) e verrebbe scavalcata dagli USA, scesi a 32 ori (meno 4). La Gran Bretagna (18) e l’Australia (13) supererebbero la Russia (10). L’Italia scenderebbe invece a 3 ori (più 8 argenti e 4 bronzi) perdendone 2 dalla scherma, uno da pugilato, judo e lotta, e terminerebbe alle spalle di Ucraina, Olanda, Giamaica, Spagna e Kenya.
Come si vede, anche le classifiche possono finire come le opinioni al bar Sport: alla fine tutti ne abbiamo una valida.

mercoledì 16 luglio 2008

GIUSTI PER COSA?

A pensarci ogni volta, mi sembra strano vivere in un Paese dove, sei hai meno di 40 anni, sei considerato (almeno sul piano lavorativo) “giovane”, mentre se conti più di 45 primavere ti passano, sempre lavorativamente parlando, per “vecchio”. Persiste, ed è purtroppo spesso riscontrabile coi fatti, una deteriorata mentalità secondo cui, se sei produttivamente “imberbe” (tra le 20 e le 39 candeline spente), cioè se manchi di una significativa (?) esperienza lavorativa rappresenti, ma soltanto a parole, una “risorsa da valorizzare”, mentre all’atto pratico costituisci più facilmente un problema da gestire. In poche parole, se ti trovi sulla fatidica soglia della cosiddetta “maturità lavorativa”, hai praticamente a tua disposizione un lustro di tempo (ovvero lo spazio temporale tra le 40 e le 44 tacche sulla tua spalla) per essere lavorativamente “giusto”. “Giusto” sì, ma per chi e cosa?
Non c’è da abbattersi, perché di certo il futuro è a favore di chi non si ferma a compiangersi. Occorre invece continuare a studiare, prepararsi, aver “fame” di approfondire le cose, tenere insomma aperta la propria mente, senza mai pensare di vivere di rendita con le nozioni acquisite fino ai 35 anni, perché la cultura è prima di tutto una difesa, ricordando che ogni giorno vengono allegramente tagliate molte ali a tanti giovani (di spirito, non solo di anagrafe) che propongono idee originali, innovative o finanche idiote, ma che almeno ci provano.
E allora, se avete tra i 20 e i 40 anni, se sentite dirvi in italiano o nel vostro dialetto: “Giovane, ma dove credi di andare?”, sappiate che siete molto probabilmente sulla strada giusta. O che almeno, ci state provando.

sabato 12 luglio 2008

COSA RESTA DI LLORET DE MAR

Sono le 4 di un’altra interminabile notte brava trasformata in giorno “como si hoy fuera el último día de mi vida”, e una ragazza italiana s’è persa in quest’ora, nello spazio estremo di una vita parallela e breve che ti sconvolge il ritmo biologico, il buon senso, la capacità di controllo, i tuoi freni inibitori, in quel torpore alcolico d’ordinanza che aleggia tra le lunghe teorie di luci stordenti e le adrenaliniche insegne dei giovani locali sul mare, con l’azzeramento del sonno, le facili sbronze adolescenziali, le pericolose calate, le favolose ciucche e le vaghe promesse di un qualsiasi posto di vacanza. Non si può proibire lo sballo, non è necessariamente un incubo che ti rende un relitto umano e ti inghiotte, anche se Lloret de Mar, con le sue innumerevoli porte aperte, le sue spiagge quasi inutili, la sua ebbrezza artificale e la sua notte dagli occhi sempre spalancati, resta un luogo sospeso nel vuoto come tanti altri dai prezzi accessibili che gli assomigliano e che sono dappertutto, in cui continuare a sognare la rivincita sulla quotidianità dove ci si fa e ci si disfa dimenticando talvolta le istruzioni fondamentali di noi stessi, tralasciando pezzi che una volta smontati non saremo in grado di ricomporre come prima. E’ una storia già scritta, quella di una ragazza normale di nome Francesca, che faceva cose semplici, che aveva aspirazioni legittime e nutriva i sogni d’una qualsiasi ragazza di 23 anni: moralmente integra, rigorosa il giusto, esuberante ed euforica il giusto, timorosa il giusto. Alla tua età non ci si può pentire per il proposito d’indossare il vestito più sexy, per la speranza d’incontrare nuove persone pur nella piacevole confusione del divertimento, anche il più banale, tra birre rancide e alitate canine. Non puoi separarti dall’idea di una contentezza da dividere spensieratamente in moltitudine solo perché puoi essere la vittima designata di un bruto nei paraggi. Certo, il divertimento ha le sue regole e la sua follìa. Però non è nemmeno condannabile lasciarsi prendere nelle nuvole della frivolezza per poco, perché tutti abbiamo tirato tardi la notte, riso irragionevolmente, ballato senza musica, e ci siamo sentiti in fusione anche fisica senza per questo permettere a chiunque di sfregiarci fuori e dentro. Nessuno può rubarti un momento di svago, magari facendoti bere un mix di alcol e droga per approfittarsi tranquillamente di te. La questione rimane piuttosto fino che punto divertirsi rimanendo vigili di sé stessi, col passo fermo sul confine tra coscienza e coglionaggine. Dopo, a parole, tutto è inutile e nulla ti restituisce la vita e forse la dignità che avevi. Nel dolore che si prova per una vita persa assurdamente, non c’è infatti alcunchè di nuovo a riscoprire l’essenza che scompare mentre il superfluo insiste, persiste, imperversa, e infierisce. Non c’entra nulla la condanna alla bramosìa scanzonata di buttarsi a capofitto nelle tenebre dove sono in agguato mille insidie, inclusa la morte. Nemmeno il fatto che esistano menti criminali, o di sconvolti dall’irresponsabilità dei loro atti, in perenne attesa di fronte all’acqua intorbidita con la loro invisibile canna da pesca. Perché c’è chi il tempo è capace di sospenderlo e di riprenderlo un istante dopo il divertimento, e chi si ostina a stordirsi e a stordire per trattenerlo, cercando pure di farlo scorrere all’indietro. E c’è sempre chi alzerà le spalle, dopo, e dichiarerà “in fondo se l’è cercata”. Ma essere presenti per affermarlo non ci rende migliori né ci conferisce il diritto inappellabile a ergerci a giudici degli altri. Che silenzio resta dopo una morte che non ha senso? O dopo un “errore”, come può penosamente blaterare uno stupido assassino dopo la cattura? Eppure è la stessa sensazione di impotenza, di assenza, d’inspiegabile pieno o come altro vogliamo chiamarlo, di quello che conosciamo tutti, perché non ci sono mai troppe parole per definirlo. Non è irrecuperabilmente ingenua o da condannare una ragazza che vuole soltanto staccare per un po’ dalla vita di sempre e divertirsi, in compagnia come da sola. Gli uomini lo sanno, e devono aver coraggio di ammettere che per una donna abbassare le difese per allegria non è per niente il segnale di un’autorizzazione a qualunque trasgressione, come all’umiliazione totale. Sesso, droga, sensazioni estreme. Circolano sempre troppi stereotipi, troppa retorica, troppe insinuazioni durante le celebrazioni delle persone che non possono rispondere. E’ così allora che la prima cosa che ci salta in mente e che diciamo è che te la sei andata a cercare, Federica, perché non sappiamo trovare risposte migliori ad un nostro possibile e irrimediabile comportamento idiota. Mentre dovremmo ricordarti e consigliarti, questa volta come tutte le altre in cui è capitato e purtroppo capiterà in un luogo di svago caotico e un po’ modaiolo, di non trascurare il tuo bicchiere vicino a gente che non conosci bene, scegliere di non restare sola nella notte, di fidarti meno, anche di te stessa, e di coprirti maggiormente, in confidenza verbale come fisica. E’ bastato fottutamente poco per perderti, e adesso che a te non serve più, chiederti scusa come a tutte le altre che dopo aver subìto un atto bestiale, e comunque a tradimento, devono addirittura difendersi perché qualcuno le bolla come provocatrici, mentre è chi le aggettiva ad aver paura di ammettere che basterebbe una sola variabile per voltare in bene un finale altrimenti tragico, e a tramutarlo in un racconto da riportare a casa con l’allegria della gioventù. Non è stata colpa tua, lo sappiamo, come di tutte le altre ragazze che perdono l’ingenuità e qualcos’altro di più importante, perché sarebbe altrimenti come riconoscere che è dipeso unicamente da te, e non da chi hai incontrato sulla tua strada. La nostra raccomandazione a restare comunque in guardia la prossima volta è come la lezione da accettare e riportare indietro, dimostrando a te stessa di averla compresa, perché vorremmo riparlarne, rivederti felice per lo scampato pericolo e sorridente com’eri e ti ricorderanno. E’ l’unico modo per pensarti finalmente a casa, tra chi ti ama e ti rispetta.

lunedì 19 maggio 2008

TROPPE CROCI SULL’ASFALTO

Esistono flagelli che colpiscono con regolare spietatezza e non dipendono direttamente dalle guerre, dalle carestie o dalle malattie. Come un invisibile maglio, possono colpire chiunque, in ogni momento, a freddo. Tra questi falciatori di vite, ci sono gli incidenti stradali. Per restarne vittime non serve nemmeno essere alla guida di un’automobile: in Italia ogni anno muoiono oltre 600 pedoni. Vale a dire circa 11,5 vittime ogni milione di abitanti.
Nonostante le apparenze, si tratta di un numero tristemente elevato: sono infatti dati del bollettino di una impronunciabile guerra intestina che non cessa di affliggerci e di riscuotere puntualmente il suo tragico tributo di sangue. E’ quindi doveroso soffermarsi per qualche momento a riflettere su tali cifre.
Se si esaminano più in dettaglio le circostanze che portano ogni 12 mesi l’Italia ad accusare la scomparsa di un paese dalle non trascurabili dimensioni, infatti, i contorni si fanno allarmanti: il 12,4% delle vittime di incidenti stradali sono persone investite, e il 29,3% di queste perde la vita sulle strisce pedonali. Si tratta soltanto di una tragica fatalità?
Negli ultimi anni, secondo dati dell’ACI, siamo stati l’unico Paese in cui la percentuale tra i pedoni morti sulle strisce, rispetto a quelli deceduti negli incidenti stradali, è incrementata.
E sono sempre di più gli anziani: il 55% delle vittime ha più di 70 anni.

La situazione dovrebbe fortunatamente cambiare presto: l’Unione Europea sta studiando nuovi standard di sicurezza per la protezione dei pedoni che dovrebbero entrare in vigore nel 2012. Intanto, gli automobilisti italiani devono prestare più attenzione ai passanti, anche quando non attraversano sulle strisce pedonali.
COME LE MULTE O I PROVVEDIMENTI COMUNI. Gli incidenti stradali nella mentalità italiana spesso sono come le multe da pagare o le soluzioni da intraprendere per tutti: questioni degli altri. Ma se tra coloro che hanno perso la vita sull’asfalto risultano in larga parte esserci giovani tra i 18 e i 30 anni, ciò non può restare propriamente un problema lontano dalla nostra pur piccola realtà quotidiana. Anche quest’anno, secondo i rilievi, la stragrande maggioranza delle vittime è deceduta tra le 22 e le 6 del mattino, quando il piede sull’acceleratore è più pesante e la mente un po’ annebbiata, quasi sempre a causa della stanchezza, in non pochi casi per l’effetto di farmaci e/o sostanze che alterano lo stato psico-fisico, non poco frequentemente come drammatica conseguenza di quanto precedentemente bevuto.
In qualsiasi momento la folle corsa di un’auto guidata come un bolide da corsa o come se ci si trovasse in un videogioco, può terminare contro un albero o un guard-rail. E la fluttuazione statistica in più o in meno del numero di vittime, da un anno all’altro, non cambia la sostanza del problema, che sta lentamente assumendo le maledette sembianze di una lunga e ininterrotta scia di sangue.
VICENZA E LE MORTI SULL’ASFALTO. La comunità di Vicenza non è immune dai mortali fendenti di questa invisibile lama. Nella prima metà di maggio, in una sola settimana, in seguito ad incidenti occorsi sulle strade di questa provincia, sono decedute 9 persone. Ascoltate le storie di queste e di tutte le altre vittime dall’inizio dell’anno, qualche decina, raccontate dai familiari, dagli amici, dai conoscenti. Molto spesso si tratta di donne e uomini di certo non sprovveduti, difficilmente colpiti da improvvisi malori, altrettanto dubbiosamente indeboliti dall’assunzione di sostanze nocive. Eppure i soccorritori e i sanitari spesso capiscono di essere arrivati in ritardo.

Che cosa ci sta succedendo? E’ una scia di sangue che nessuno può accettare. Rimanere indifferenti o passivi ascoltatori costituirebbe un insulto alle famiglie distrutte dal dolore. In molti di questi casi di cronaca non si tratta affatto di droga e alcol: l’eccessiva velocità rispetto ai riflessi del guidatore, la sottovalutazione dei pericoli circostanti e lo stato delle strade continuano a contribuire ad incrementare paurosamente il numero delle vittime.
LA PREVENZIONE DA SOLA NON BASTA. La polizia stradale dispone di migliaia di agenti, anche se al computo totale risultano sempre meno unità rispetto all’organico previsto e richiesto, e molte pattuglie vengono concentrate sulle autostrade. Sono uomini che svolgono un grande lavoro di tutela, ma le Statali e Provinciali, dove periscono la maggior parte dei nostri ragazzi, restano purtroppo ancora piste da corsa senza regole quando non sono addirittura percorsi piuttosto malandati. Sulle autostrade, da quando si è fatto ricorso ai cosiddetti “tutor”, dispositivi di controllo che calcolano la velocità media delle auto, gli incidenti mortali si sono praticamente dimezzati: alcune misure preventive dunque funzionano, ma è come arginare una piena montante con dei tronchi. Non si può pensare di risolvere la questione disseminando divise, auto, etilometri e precursori lungo tutti i percorsi.
Se i controlli servono, ciò che deve realmente cambiare è il nostro comune modo di pensare.
Le regole del codice della strada vanno rispettate non tanto per evitare le sanzioni o il ritiro dei punti dalla patente, ma perché consentono di salvare la nostra vita e quella degli altri.
Un dirigente della Polstrada ha affermato nei giorni scorsi: “Noi andiamo nelle scuole, spieghiamo ai ragazzi che l’aspetto repressivo è quello che ci interessa di meno, perché vogliamo solo consigliarli a prevenire la morte o tremende sofferenze”.
La sicurezza stradale è una priorità da risolvere nell’Italia del 2008, ma in campagna elettorale è stato un tema elegantemente ignorato da tutti. Auguriamoci almeno che le troppe notizie che puntualmente leggiamo o ascoltiamo servano a renderci più partecipi del fatto che ognuno di noi, una volta avviatosi lungo una strada pubblica, non è responsabile soltanto della sua vita.