Ho il piacere di annunciare l'uscita della mia nuova pubblicazione: "LA GUERA GRANDA" (AttilioFraccaro Editore). Il libro contiene una selezione degli articoli scritti per differenti testate tra il 2009 e il 2018, riguardanti diverse tematiche del Primo conflitto mondiale, più dei pezzi inediti. Si tratta di una raccolta, completata con gli ultimi pezzi pubblicati in occasione delle celebrazioni della fine del Centenario, che rappresenta anche un modo per ringraziare tutti coloro che mi hanno prestato la loro attenzione nel corso di un decennio di presentazioni dei miei lavori di ricerca e approfondimento.
domenica 16 dicembre 2018
sabato 8 dicembre 2018
domenica 12 agosto 2018
L'AMORE NON SEPARA
"L'amore per l'uomo non esclude quello per gli animali e viceversa, perché l'amore non è mai fonte di separazione né di giudizio. Chi ama, ama e basta. Chi ama e separa, non ha mai iniziato a farlo." (Susanna Tamaro)
mercoledì 4 luglio 2018
IL FALLIMENTO E' UN PUNTO DI PARTENZA
Nel mondo dello sport, poche persone hanno avuto più successo di Michael Jordan, ex cestista statunitense. Quanto all’imparare dagli errori, ha detto: “Ho sbagliato più di 9.000 tiri nella mia carriera. Ho perso almeno 300 partite, 26 volte mi è stata data fiducia per il tiro della vittoria e ho fallito. Ho sbagliato molte volte, e altre e altre ancora nella mia vita. Ed è per questo che ho avuto successo”. Il fallimento è un punto di partenza per imparare, ma molti riescono solo a trovare delle giustificazioni per dire: “Non è colpa mia”.
mercoledì 20 giugno 2018
IL SORRISO DELL'ANIMA
Un anziano che mi sapeva triste per il ricordo di qualcuno che non c'era più, mi disse: "Quando pensi a una persona che ti ha voluto bene devi essere di buonumore, perché il sorriso di chi ama ridà luce all'anima".
mercoledì 13 giugno 2018
OGNI PERSONA CHE INCONTRI
Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui tu non sai niente. Cerca sempre di portare rispetto e di essere gentile.
giovedì 7 giugno 2018
PAROLE E SILENZIO
Cosa
dovrebbe fare veramente chi insegna o sceglie di rappresentare gli altri? Le parole sono strumenti meravigliosi e
orrendi nello stesso tempo. Con esse si possono fare e disfare tante cose: smuovere
gli animi, innalzare mura, abbattere montagne, rinchiudere mari, raffreddare
fuochi, deviare fiumi, nascondere città, affondare nazioni, costruire e distruggere
mondi ed esistenze, generare e soffocare i sogni delle persone. Ma la cosa più
difficile da realizzare con le parole è capire quando esse non devono esserci:
comprendere quando arriva il momento di restare in silenzio, ascoltare il
rumore dei pensieri analfabeti che fanno camminare senza fatica, osservare i
colori distesi dalle emozioni, distinguere il battito del cuore agitato dai sentimenti
più veri. Chi sta davanti agli altri prima o poi capisce che un uomo disperato e
cattivo è un antico bambino che è rimasto indietro.
lunedì 21 maggio 2018
ADULTI E GIOVANI
Un dovere degli adulti, spesso trascurato, è di aver fiducia nella maggior parte dei giovani, la parte che si ritiene sana, quella che ben conosce il significato delle parole rispetto e onestà. Per chi sbaglia, invece, pagare per i propri errori è il primo passo per maturare e cercare di conquistarsi un futuro migliore.
lunedì 23 aprile 2018
CONCORSO LETTERARIO "SILVANO BELLONI" DI VILLANOVA DI CAMPOSAMPIERO (PD)
Ho avuto il
piacere di rituffarmi nel mondo del racconto per affrontare una nuova
esperienza di narrazione, e di aver partecipato alla 4.a edizione del Concorso Letterario
"Silvano Belloni".
Lunedì 23 Aprile, nella splendida cornice di
Villa Ruzzini, sono onorato di aver ricevuto dal Comune di Villanova di
Camposampiero (PD) un riconoscimento che mi ricorderà non solo dei bei momenti
di incontro con un pubblico appassionato e attivo, ma anche il legame di
amicizia e stima con un'intera Comunità.
sabato 21 aprile 2018
IL PASUBIO E GLI ORRORI DELLA GUERRA
Luogo carico di storia e di fascino, che ha visto l'orrore del
sangue e della morte. Tra le sue vette, nella nebbia, sono riecheggiate le note
del silenzio. Qui si è combattuta la più lunga guerra di mine di tutto il
fronte europeo. È il Pasubio, uno dei più significativi simboli della tragedia
della Grande Guerra. Nell' ambito delle celebrazioni per il Centenario della
fine della Prima guerra mondiale, Theama Teatro e Saverio Mirijello presentano
"La caldaia delle streghe", una lettura teatrale tratta
dall'omonimo romanzo di Mirijello, con inserti da "Le confessioni di
Sant'Agostino" e "Verso l'unico Dio" di Jan Assmann.
Stasera alle 21, al Teatro Spazio Bixio gli stati d'animo, le emozioni, le
paure, la voglia di scappare da quell'inferno dei soldati inviati al fronte
riusciranno a dire della guerra le parole che mancano, quelle capaci di
riallacciare il filo del senso a quello del silenzio, sullo sfondo di un luogo
dove vivere fu più duro che morire. Un percorso di vita che pose davanti ai
soldati dure prove, durante le quali riflettere sulle tante domande che la
guerra riservava loro. In scena Aristide Genovese, Saverio Mirijello, le
ballerine di Obiettivo Danza di Torri di Quartesolo che eseguiranno un balletto
su coreografia di Ester Mannato. Alla fine della serata Saverio Mirijello
presenterà il suo romanzo "La caldaia delle streghe" (2017).
L'evento chiude la rassegna 2017 - 2018 e al pubblico sarà offerto un brindisi.
(Il Giornale di Vicenza, 21 aprile 2018)
giovedì 5 aprile 2018
"LA CALDAIA DELLE STREGHE" AL TEATRO SPAZIO BIXIO DI VICENZA
Per ricordare i 100 anni dalla fine del
Primo conflitto mondiale, Sabato 21 Aprile 2018 al Teatro Spazio Bixio in Via
Mameli 4 a Vicenza, alle ore 20.45, THEAMA TEATRO e SAVERIO MIRIJELLO presentano "LA CALDAIA DELLE STREGHE", un
percorso teatrale tratto dall’omonimo romanzo di Mirijello. Un’indagine
sull’animo umano, per riflettere sulle tante domande che un soldato si pone nei
momenti di solitudine che la guerra gli riserva.
Il rapporto con Dio, la scelta tra bene
e male, tra la vita e la morte, sono solo alcuni tra i quesiti
irrisolti della vita al fronte: una vita che diventa ancora più dura quando,
come nel caso del protagonista del romanzo, si è condannati all’isolamento. La
solitudine di un cecchino dell’esercito italiano viene ricostruita attraverso
intrecci narrativi e raccontata con monologhi introspettivi che ci parlano di
paure, speranze, canti e preghiere.
martedì 6 marzo 2018
PRESENTAZIONE DEL ROMANZO "LA CALDAIA DELLE STREGHE" IN REGIONE VENETO
Guarda il video Martedì 6
Marzo 2018, alle 12.30, nella Sala Cuoi di Palazzo Ferro Fini,
sede del Consiglio Regionale del Veneto, è stato presentato il
romanzo "La
caldaia delle streghe", uscito per i tipi dell’editore Attilio
Fraccaro, di Bassano del Grappa. Ad illustrarlo, il Presidente
dell’Assemblea legislativa veneta, Roberto Ciambetti, e il Presidente della
Prima commissione permanente del Consiglio regionale, Marino Finozzi. “Con
questa presentazione - ha affermato il Presidente Ciambetti nel corso
della presentazione - il
Consiglio regionale continua nel suo impegno di celebrare, a più livelli e in
più ambiti, il primo centenario della Grande Guerra, un evento che segnò
profondamente non solo il paesaggio fisico, ma anche il panorama
socio-culturale delle nostre zone. Il romanzo "La caldaia delle streghe"
ha per sfondo il Pasubio nella Grande Guerra e ha al suo centro tutte le
domande, i timori, le speranze di un uomo che si trova suo malgrado a vivere
una esperienza estrema. Una esperienza che non fu esclusiva solo di chi venne a
combattere nelle nostre montagne tra il 1915 e il novembre del ‘18 ma che
si ripropone in ogni scenario di guerra. Caldaie delle Streghe ce ne sono molte
come la cronaca quotidiana ci rammenta portando nelle nostre case le immagini
devastanti dei conflitti Mediorientali, ad esempio, o dello Yemen o della
Somalia”. “Il
romanzo di Mirijello si inserisce nell’alveo della storia della Grande Guerra - ha
sottolineato Finozzi -
ed ha l’indubbio merito di aver riportato a galla la memoria dei piccoli
episodi che hanno caratterizzato la vita dei soldati e dei cittadini che furono
coinvolti e che li vissero in tempo reale. Il primo conflitto molto spesso
viene ricordato con grandi celebrazioni; credo però sia importante conoscere
anche le storie cosiddette minori, le storie dei soldati e del territorio”.
Il romanzo di Mirijello narra una vicenda bellica ambientata nel 1916 lungo il
fronte del monte Pasubio, il massiccio delle Piccolo Dolomiti collocato tra i
territori delle province di Vicenza e Trento, teatro di numerosi combattimenti
nel corso del Primo conflitto mondiale che ne hanno sconvolto non solo il
crinale sommitale, ma nel complesso l’intera area ad esso afferente, modificata
e percorsa in ogni direzione da opere, manufatti e sentieri di guerra. Sul
Pasubio, nel 1916, i due eserciti contrapposti non riescono a scalzarsi. Le
truppe italiane accusano varie perdite: i cecchini sono in azione, e uno di
loro in particolare le tiene in scacco. Al sergente Luigi Bicchi viene affidata
una missione speciale con ampia discrezionalità. Egli sente il peso
insopportabile di un passato da cui vuole liberarsi e sa che dall’esito delle
sue azioni dipenderà molto del suo futuro e del destino dei suoi compagni. “Il
luogo in cui è ambientato il romanzo è sacro non solo ai veneti - ha
ricordato l’autore - ma
a tutto il mondo: la sua epopea è nota perché il Pasubio visse
ininterrottamente i 41 mesi della Grande Guerra, le cui condizioni misero a
dura prova, e spesso la superarono, la soglia di resistenza dei soldati dei due
eserciti. La guerra fa emergere il peggio e il meglio degli uomini: c’è anche
una parte da salvare ed è l’umanità che emerge anche nei momenti peggiori della
vita degli uomini. La caldaia delle streghe fu battezzata così da un soldato
dell’altro fronte: rappresenta un luogo fisico, ma anche un luogo mentale, un
baratro”. “Questa
è la terza opera che pubblichiamo con Saverio - ha rammentato
l’editore Attilio Fraccaro - una
storia che è destinata a proseguire. Con le sue opere, Saverio ha trattato temi
poco battuti nella pur vasta editoria legata alla Grande Guerra; il primo, “Parole
dal fronte” raccontava
i neologismi nati in quel periodo e l’epopea dei giornali di trincea; il
secondo, “Quello che saremmo stati”, a
due mani con Ruggero Dal Molin, ha per sfondo le vicende dell’Ortigara. "La
caldaia delle streghe", la
storia del cecchino, narra un altro aspetto originale di quel conflitto, ma in
realtà è la storia di un rapporto tra il protagonista, che rimarrà 40 mesi in
quel luogo, e la natura, del rapporto tra lui e gli altri, visti dalla piccola
forra dalla quale osserva il mondo”. (ARV)
domenica 29 ottobre 2017
L'evento "RICORDARE", dedicato alla Grande Guerra, in onda su RAI STORIA
Martedì 31 ottobre 2017, alle 21.40, sul canale tematico Rai Storia andrà in onda lo speciale "Asiago: conoscere, ricordare e tramandare" (rivedi la puntata su Rai Storia), relativo alla rivisitazione storica svoltasi sull'Altopiano nel mese di
agosto, realizzata grazie alla collaborazione tra il Comando forze
operative nord e le istituzioni locali, in primis il Comune di Asiago. La manifestazione, attraverso celebrazioni, visite guidate e spettacoli, ha riportato per tre giorni alla memoria fatti e personaggi della Grande Guerra: un doveroso ricordo dei tanti giovani soldati che hanno sacrificato la loro vita per la Patria sulle montagne altopianesi.
Tra i contributi di ricerca storica, Saverio Mirijello parlerà del linguaggio al fronte e dei passatempi di trincea nella Grande Guerra, traendo spunto dal suo libro "1914-18: Parole dal fronte".
La trasmissione avrà due repliche: l'1 e il 6 novembre.
Tra i contributi di ricerca storica, Saverio Mirijello parlerà del linguaggio al fronte e dei passatempi di trincea nella Grande Guerra, traendo spunto dal suo libro "1914-18: Parole dal fronte".
La trasmissione avrà due repliche: l'1 e il 6 novembre.
domenica 22 ottobre 2017
"PRIMA DELL'ALBA" di Paolo Malaguti: un romanzo nella sconfitta
È una fredda mattina del 1931. L’ispettore Malossi è svegliato da
una telefonata della questura: abbandonato sui binari della ferrovia
Firenze-Prato, giace un cadavere. Non è il corpo di un uomo qualsiasi, ma
quello del generale Andrea Graziani, luogotenente della Milizia fascista ed
“eroe” della Grande guerra. Come è morto l’anziano militare? Si è trattato di
un incidente o di un omicidio? È l’inizio di “Prima dell’alba” (Neri
Pozza), il nuovo romanzo di Paolo Malaguti, che accompagna il lettore in
un’avvincente indagine a ritroso nel tempo, fino ai giorni bui del Primo
conflitto mondiale. «Ho pensato per anni a un libro sul dramma dei soldati
nella Grande guerra» spiega l’autore, trentanove anni e da molto tempo
residente nella zona del Monte Grappa.
«Qui la memoria del conflitto è
ancora vivissima, quasi in ogni famiglia c’è un appassionato che ha il suo
piccolo museo di reperti di guerra. I segni delle battaglie come Caporetto sono
ancora dappertutto e favoriscono anche nei giovani l’interesse per quel periodo
storico. Ma a darmi lo spunto per iniziare a scrivere è stata la vicenda del
generale Graziani: la sua morte misteriosa negli anni Trenta e i crimini che ha
commesso quando era al fronte».
Noto alle cronache per la brutalità
nei confronti dei sottoposti, lo spietato generale “fucilatore” compì il
suo gesto più efferato durante la tragica ritirata del 1917, condannando a
morte il ventiquattrenne artigliere Alessandro Ruffini, reo di aver fatto il
saluto militare con il sigaro in bocca. Partendo da questo episodio storico,
Malaguti propone una possibile soluzione per un cold case dimenticato dalla
storia, per allargare lo sguardo a un tema più ampio, quello delle punizioni
disumane che venivano inferte ai fanti italiani. Soldati, nati nelle aree più
povere e arretrate del paese, che spesso non riuscivano nemmeno a capirsi tra
di loro, in un contesto dove un piccolo errore di comunicazione poteva fare la
differenza tra la vita e la morte. «Ho potuto ricostruire l’atmosfera di
quei giorni», racconta Malaguti, «grazie al libro sul gergo di trincea
1914-18 Parole dal fronte di Saverio Mirijello, che mi ha dato gli strumenti
per scrivere dialoghi il più possibile credibili. Perché quello che volevo era
portare alla luce un aspetto che ancora oggi, a cent’anni di distanza, si fa
fatica ad affrontare: la realtà di una guerra non compresa e non voluta da
quegli italiani — spesso poveri contadini — che formavano il grosso della
truppa» e che erano trattati dagli alti gradi come carne da cannone. (di
Luigi Gaetani, “la Repubblica” del 22 Ottobre 2017)
sabato 7 ottobre 2017
Recensione del libro "LA CALDAIA DELLE STREGHE" a cura di Nicoletta Martelletto (Il Giornale di Vicenza)
Nascita di un cecchino tra gli orrori della guerra
Appassionante è la vicenda del sergente vicentino Bicchi che viene scelto in fanteria per diventare tiratore e chiudere col passato
Cosa passa per la testa di un tiratore di precisione? Cosa pensa quando preme il grilletto? E quanto è lungo e tormentato l'avvicinamento all'obiettivo prescelto? Ce lo hanno raccontato oggi film come "American Sniper" o "Il nemico alle porte" e ancora con più crudeltà le dirette Tv da Sarajevo, quando durante la guerra di Bosnia sul viale dei cecchini sono caduti in centinaia. Ma mancava ancora, nella fioritura di testi per il 100° della Grande Guerra, qualcuno che scrivesse di chi, nelle file del nostro esercito, aveva ricoperto questo ruolo già ampiamente praticato sul fronte austriaco. Cecchino era il soldato austro-ungarico dell'imperatore Cecco Beppe, che non aveva pietà, un tiratore da temere e da tenere lontano. Un nome dispregiativo. Col romanzo "La caldaia delle streghe", 214 pagine per Attilio Fraccaro editore, l'appassionato ricercatore storico Saverio Mirijello colma questo vuoto. Il tiratore scelto di cui narrare la storia è il sott'ufficiale Luigi Bicchi, vicentino, fante nella IV compagnia del 129esimo. Un nome di fantasia, un trascorso tra Monte Zebio, Carso e un presente sul Pasubio, giusto sui bordi di quella "caldiera delle streghe", così chiamata da un militare austriaco reduce da bufere di neve e arsure insopportabili. Bicchi è un bravo soldato, con qualche ombra disciplinare, che viene convocato all'improvviso nelle retrovie per divenire tiratore. Spara da quando è ragazzino, a 10 anni va a caccia col padre e lo zio, assimila presto la pazienza dell'appostamento e la freddezza dell'esecuzione. Ma poi da giovane, chiamato alle armi, come tanti coetanei si chiede il perchè del conflitto: «Molti compreso il sottoscritto, disconoscevano le effettive ragioni, non era certo motivante nè corroborava lo spirito. Del pugno di ferro imposto da Cadorna, e di tutto quell'enorme catafalco politico e militare che lo sorreggeva, continuavo sinceramente a infischiarmene». Ma Luigi combatte, perchè serve il Re e la sua Patria. E soprattutto deve coprire chi va all'assalto. Quando fallisce e muoiono i compagni più vicini, il tormento lo divora. Viene ferito gravemente, è soccorso dai suoi che non lo abbandonano ma quando viene spedito in licenza a casa dai genitori, non riesce a consumarla tutta, perchè l'estraniamento è tale che il fronte di nuovo lo chiama. Eseguirà fino in fondo il suo dovere su uno scenario di armamenti puntigliosamente descritto da Mirijello, con una competenza che gli vale i complimenti di Federico Prizzi, polemologo e storico militare, autore della incisiva prefazione. Ogni trasferimento ed ogni missione di Luigi Bicchi è in realtà un pretesto per aprire parentesi sugli aspetti più duri della vita di trincea, dalla mancanza d'acqua - ci sono pagine di assoluta emozione - all'impossibilità di comunicare con l'esterno, dalla guerra ai pidocchi alla legge marziale che interviene quando i soldati familiarizzano col nemico. E' carcere per chi lancia un pezzo di pane e ne riceve in cambio un pacchetto di sigarette. E' carcere per chi risponde all'austriaco che grida "come stai?". Anche un "Buon Natale" equivale al reato di "agevolazione al nemico". Tutto questo narra Mirijello, insieme alle lezioni di balistica e alla favola di un amore vicentino per Luigi, la commessa Anna che lo attende in città, ogni volta che sbuca in divisa tra ondate di vapore e si fa travolgere da un abbraccio in stazione. Dopo un inverno tremendo sul Pasubio, costruita la Strada delle Gallerie, inizia la guerra sotterranea tra i Denti. Ancora morte e distruzione, per lui altri sei mesi sul fronte del Carso fino al congedo e alle medaglie al valore. «Non mi interessava essere considerato un eroe: speravo solo che mia figlia ricordasse quanto a più lungo possibile il fatto che suo padre e sua madre si erano battuti per qualcosa di migliore e di più grande» è la chiusa di Bicchi, che affida il diario ai posteri e alle montagne, finalmente mansuete.giovedì 21 settembre 2017
IN LIBRERIA - Recensione di Stefano Aluisini
Il secondo romanzo storico di Saverio Mirijello racconta la
vita di un “cecchino” italiano, un
soldato scelto per la sua comprovata abilità nel tiro e nei movimenti sul
terreno, individuato per assolvere un ruolo ingrato e pericolosissimo che lo
porterà infine in uno dei luoghi più terribili della Grande Guerra, il Monte
Pasubio. Lassù, su quella montagna tormentata che gli stessi austroungarici
chiameranno “la caldaia delle streghe”, vivrà la sua esperienza più estrema che
lo condurrà sino ad una sorta di battaglia personale contro il suo omologo
dell’esercito imperiale. Una guerra fatta di silenzi e movimenti furtivi, di
tracce cancellate e di impercettibili odori portati dal cambiare del vento, di
uomini soli con il proprio fucile che scrutano per ore attraverso il mirino del
cannocchiale le postazioni nemiche o gli anfratti più inaccessibili dai quali
si sentono perennemente osservati. E
tra la terribile routine della battaglia, con i suoi assalti disperati e sotto
i bombardamenti più pesanti, con i soldati perseguitati dalle valanghe o da una
sete inestinguibile, la guerra per lui si riduce a un colpo solo, perfettamente
studiato, sparato nell’istante giusto. Eppure non c’è vendetta nei suoi occhi,
non c’è rancore nei suoi pensieri; così mentre migliaia di uomini scavano la
roccia per fuggire alla distruzione o cercare a loro volta di fare saltare le
postazioni nemiche, lui dorme sotto un cielo infinito i sonni più tormentati,
nella spasmodica attesa che le prime luci dell’alba gli indichino il bersaglio.
In questa storia emozionante e raccontata sullo sfondo di più generali eventi
storici realmente accaduti, il
protagonista vede cadere uno dopo l’altro tanti commilitoni della prima ora,
soldati d’ogni parte d’Italia, in quello che diventa un realistico affresco
della guerra in prima linea. Sino al giorno in cui la caccia della quale era protagonista, ma anche vittima, lo
porterà infine a scontrarsi corpo a corpo proprio con il fantasma che ossessionava le sue missioni.
(Da: www.memoriaestoria.it/libri/)
(Da: www.memoriaestoria.it/libri/)
martedì 8 agosto 2017
LA CALDAIA DELLE STREGHE
Pasubio, 1916. I due eserciti contrapposti non
riescono a scalzarsi a vicenda. Sulle cime del Massiccio, la guerra si è incagliata e le truppe
italiane accusano varie perdite conseguenti anche ad azioni di cecchinaggio. Un
tiratore in particolare, tremendamente preciso nel colpire a freddo, sta
seminando autentico terrore. Al sergente Luigi Bicchi viene affidata una missione speciale con ampia
discrezionalità. Egli sente il peso insopportabile di un passato da cui vuole
liberarsi e sa che dall’esito delle sue azioni dipenderà molto del suo futuro e
del destino dei suoi compagni.
martedì 20 dicembre 2016
Intervista sul libro "QUELLO CHE SAREMMO STATI" a cura di Alessandro Scandale (La Domenica di Vicenza)
Come questa pietra è il mio pianto che non si vede. La
morte si sconta vivendo. È significativa la citazione dalla poesia Sono una
creatura di Giuseppe Ungaretti, posta all'inizio del nuovo romanzo dei
vicentini Ruggero Dal Molin e Saverio Mirijello Quello che saremmo stati
(Attilio Fraccaro editore, Bassano del Grappa). Ungaretti, che si arruolò
volontario durante il primo conflitto mondiale sul Carso e che da quella
tragica esperienza attinse per scrivere alcuni dei versi più toccanti della
poesia italiana - come la celebre San Martino del Carso ("Ma nel cuore nessuna
croce manca. È il mio cuore il paese più straziato") è forse lo scrittore
italiano che ha saputo descrivere al meglio, con il linguaggio breve e intenso
della poesia, un dramma per molti versi ancora oggi indicibile. Lo stesso
dramma che i due vicentini hanno cercato di narrare attraverso una storia
realistica, ambientata in un Veneto avviato alla rinascita dopo le tragedie dei
conflitti mondiali. Un avvocato vicentino è alla ricerca della verità sul padre
mai conosciuto, morto nel corso della Grande Guerra: nei giorni
dell'inconsolabile dolore dovuto alla perdita dell'amata madre, l'uomo inizia
una ricerca che lo porta a scoprire un inaspettato risvolto del quale non era
mai venuto a conoscenza. "Io non ho mai conosciuto mio padre, la guerra me lo ha
portato via quando ero ancora troppo piccolo. Di lui non ho alcuna memoria,
nemmeno quella di mia madre. Il destino tuttavia, se con una mano ti carpisce
gli affetti più cari, con l'altra a volte te ne dona degli altri, e la vita col
tempo mi ha saputo regalare una moglie stupenda e due splendidi figli. Ora
però, alle soglie dei miei 50 anni, ecco all'improvviso, dal passato, una
lettera con una rivelazione sconvolgente..."
Il romanzo storico firmato da Dal Molin e Mirijello è
ambientato negli anni 50 tra Vicenza, Bassano, l'Altopiano dei 7 Comuni e il
Monte Ortigara. Ne esce un quadro di un Veneto più povero, ma anche più
semplice e meno complicato di oggi, in un libro ricco di storia ma anche di
storie, per non dimenticare e per comprendere come superare il passato: la
storia di un uomo che potrebbe essere uno di noi, e di una donna che
rappresenta al meglio la forza femminile. La trama sembra evocare la necessità
di far rivivere quella parte di storia riletta dal basso, che ha permeato la
nostra coscienza collettiva e oggi rinasce nei cuori di tanti, portandoci il
ricordo degli anni migliori, frutto del sacrificio di quanti spesero la loro
giovane vita nel sacrificio estremo in difesa della nazione. Gli autori
rievocano, con commossa partecipazione ed empatia, episodi storici e al tempo
stesso personali ed umanissimi, come la lettera testamento indirizzata ai
genitori dal Sottotenente Adolfo Ferrero, piemontese morto sull'Ortigara, in
cui si legge "un figlio morto per la Patria non è mai morto". O come
la testimonianza sofferta di un alpino bassanese che, ricordando l'Ortigara
come il "calvario degli alpini", confessa che più ancora della guerra
in sé erano altri elementi a pesare: la sete, ad esempio, vera e propria piaga
per i soldati al fronte (come si può anche vedere in una sezione della mostra
sulla Grande Guerra attualmente in corso al Museo Civico di Vicenza). Il vero
pregio del libro sta, a nostro avviso, nel messaggio chiaro e forte che forse
la vera Storia non la fanno tanto le battaglie o le ricorrenze, ma le persone.
E tra queste ci sono coloro che hanno vissuto il conflitto in prima lina, ma
anche chi la guerra l’ha vista da lontano. Come le donne che, da casa,
attendevano i loro mariti, o i figli che ogni giorno si affacciavano alla
finestra con la speranza di vedere il padre o il fratello tornare dai campi di
battaglia. Così gli autori, raccontando la storia di un uomo alla ricerca della
verità sul padre che non ha mai conosciuto per colpa della guerra, raccontano
anche un conflitto interiore, un viaggio nel tempo e nella storia attraverso i
luoghi che, oggi, sono rimasti un simbolo del nostro territorio. Fino a
giungere all'ultimo, commosso e memorabile capitolo in cui sembrano indicarci
la via di una fraterna e possibile redenzione, al di là delle guerre e delle
ideologie. Una sorta di pietas che supera qualsiasi razionalità, qualsiasi
conflitto, per fondersi in un abbraccio che simboleggia un messaggio di
autentica e ritrovata pace. Un simbolo da tenere a memoria anche per le tante
guerre che ancora oggi infestano questo nostro complicato mondo.
Abbiamo incontrato Saverio Mirijello e dialogato con lui.
Com’è nato questo romanzo a quattro mani con Dal Molin?
"È un libro nato da un’idea condivisa con Ruggero di
un testo che parlasse non soltanto della guerra, ma di come le persone ne
subiscono la crudeltà, sia direttamente, come i soldati al fronte, sia sul
tragico piano delle conseguenze, come i civili. In questo senso la Grande
Guerra fu purtroppo un conflitto moderno anche per il coinvolgimento attivo
delle popolazioni. Il nostro lavoro - che ci ha impegnati tre anni, dapprima
per la fase di documentazione e quindi per la scrittura - è stato un ricordo di
tutta la gente che ha patito per un’intera vita il dolore di un’assenza".
La vicenda valorizza anche la figura femminile, come nel
rapporto di profondo amore del protagonista con la moglie?
"Quella di creare un personaggio femminile è stata
un’idea precisa che avevo. Il fondamentale ruolo delle donne nella Grande
Guerra, come sacrificio e come impegno, per lungo tempo non è mai stato posto
sotto la giusta luce. Sonia, la moglie del protagonista, è quindi volutamente
un omaggio alle donne, alla loro determinazione, alla capacità di rispondere
sempre presente cercando comunque di porre ai danni creati dall’uomo, e alla
capacità femminile di riuscire a farci riflettere, anche su noi stessi e sui
nostri limiti".
La ricerca storica del protagonista diventa anche un
percorso personale di consapevolezza alla ricerca di un padre scomparso troppo
presto?
"Sì. Il protagonista si è affermato nel campo
professionale, è felicemente padre di famiglia, ma in fondo all’animo ha un
vuoto. Ad ormai cinquant’anni pensava di averlo colmato, ma ben presto si
accorgerà che quella ferita interiore non si era mai del tutto rimarginata.
Inizierà così a cercare le tracce di quel padre che gli è mancato, trovando
prima di ogni altra cosa la forza dentro di sé".
Lei nelle sue conferenze afferma che ci sono ancora molti
aspetti della Grande Guerra da esplorare: vuol dire che la sua ricerca storica
continuerà?
"Sono un ricercatore storico per passione e per
convinzione. La prima motivazione viene dalla mia passione per
l’approfondimento degli eventi, per capire il presente partendo dallo studio
del passato, mentre la seconda viene dal fatto che la verità storica, spesso,
viene scritta dai vincitori o da qualcuno che intende far sapere soltanto la
verità ufficiale, di comodo, non quella effettiva dei fatti accaduti. Spero di
non dover mai smettere di ricercare la verità in questo senso. Ma soprattutto,
ed è quanto sto cercando di portare avanti da tempo col mio contributo
personale, spero che le nuove generazioni raccolgano il testimone di noi
ricercatori e studiosi della storia e cultura territoriale e portino avanti
questo impegno".
Nel finale lei e Dal Molin lanciate un messaggio di pace
universale: è una speranza per il futuro?
"È un messaggio di pace non generico, affinché
l’uomo non commetta ancora i tragici errori del passato. In quanto tale, la
storia ci condanna come esseri ripetitivi. Forse è soltanto un’illusione, ma
abbiamo il dovere di continuare a credere in un futuro migliore, soprattutto
senza la guerra come risposta ultima alla soluzione delle controversie, al
perseguimento d’interessi di parte e come ambizione assurda di una supremazia
assoluta dell’uomo sui suoi simili".
(nr. 45 anno XXI del 17 dicembre 2016)
lunedì 29 agosto 2016
Intervista sul libro "QUELLO CHE SAREMMO STATI" a cura di Martina Mazzaro (Il Camposampierese)
Raccontare la storia non è semplice. Conflitti, perdite, dolore, ma anche forza, speranza e vittoria. Qual è, quindi, il vero trionfo? Se lo potessimo chiedere ad un soldato, probabilmente ci risponderebbe che la conquista più grande è ritornare a casa. Purtroppo, però, la guerra non guarda in faccia nessuno. Date, battaglie, trattati… Forse la vera Storia, quella con la S maiuscola, sono le persone. Negli ultimi anni nella società si respira l’esigenza pura di trascrivere queste storie. Racconti di chi ha vissuto il conflitto non solo in prima persona, ma anche di chi, la guerra, l’ha vista da lontano. Parliamo delle donne che, da casa, attendevano i loro mariti, o ancora dei figli che ogni giorno si affacciavano alla finestra con la speranza di vedere il padre o il fratello tornare dai campi di battaglia. Magari per sempre. Magari sognando una pace che, ancora oggi, l’uomo non è in grado di stipulare. Quello che hanno voluto fare Ruggero Dal Molin, ricercatore storico e imprenditore artigiano di Bassano del Grappa, e Saverio Mirijello, anche lui ricercatore storico e pubblicista di Vicenza, è raccontare la storia di un uomo, un avvocato cinquantenne alla ricerca della verità sul padre che non ha mai conosciuto, e che la guerra gli ha strappato.
“Quello che saremmo stati”, questo il titolo del libro che, dopo la prima ad Asiago, i due autori presenteranno a Villanova di Camposampiero, racconta un conflitto interiore, un viaggio nel tempo e nella storia attraverso i luoghi che, oggi, sono rimasti un simbolo del nostro tricolore. L’incontro, organizzato dal comune di Villanova in collaborazione con la Pro Loco e con il Comitato Biblioteca, avrà luogo venerdì 2 settembre alle 19 nello spazio adibito alla mostra del libro, in piazza Mariutto 13.
Signor Mirijello, com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo?
«Quando ho conosciuto Ruggero, mi ha raccontato di questo soggetto che aveva in mente e cercava qualcuno che lo aiutasse a rendere le sue idee pagine di un libro. E’ nata una bella amicizia, che poi si è trasformata in una collaborazione. Così, cinque anni fa, ci siamo messi al lavoro. Il nostro progetto era quello di narrare una storia non tanto bellica ma, piuttosto, che raccontasse di come la guerra influisce sulla vita delle persone. Dopo aver letto una lettera del tenente Ferrero, realmente esistito, abbiamo pensato di far coincidere la scoperta di questo documento con la storia del protagonista che, negli stessi anni, trova una lettera in cui sono riportate alcune informazioni sul padre scomparso. E’ un espediente per dare alla storia reale una sfumatura romanzata, in modo che il lettore possa trovare una certa corrispondenza. Dopo lunghi anni di ricerche e di raccolta di testimonianze, siamo riusciti a pubblicare questo testo».
Un romanzo che omaggia non solo il nostro territorio, ma anche la figura femminile.
«Nel romanzo ho creato la figura di Sonia, moglie del protagonista, per dimostrare quanto sia importante la donna. Uno degli argomenti di cui non si è mai parlato abbastanza e che ho voluto proporre nel libro è proprio quello della figura femminile nel contesto della guerra: la donna nelle retrovie, che ha portato avanti l’economia e la società, ma anche la donna come forza morale. Prima subisce la guerra dal punto di vista fisico, poi interiore. Una donna che deve curare gli uomini, aspettarli al ritorno a casa, badare ai figli e portare avanti la famiglia. Nel romanzo Sonia è l’emblema del mondo femminile».
E’ una storia che racconta una tragedia, quella della guerra e della perdita di una persona cara, ma in cui la speranza e il desiderio di conoscere la verità sono una sorta di omaggio alla vita.
«Esatto. Nel libro non si parla solo della tragedia della guerra, ma anche di come la gente affronta la quotidianità. Alcuni capitoli sono dedicati al rapporto che ha il protagonista con i figli, le uscite in famiglia, i giochi… La sofferenza per la perdita di una persona cara è contrapposta al coraggio di ogni giorno nel portare avanti la propria vita. Quella degli anni Cinquanta era un’Italia diversa. L’inizio della ricostruzione, poi il boom degli anni Sessanta… c’era molta più speranza nel futuro rispetto ad oggi. Però, allo stesso tempo, vi erano molti ostacoli e ricordi non facili da superare. La Grande Guerra prima, un secondo conflitto mondiale poi. Le ferite non erano ancora del tutto guarite, ma la speranza e l’impegno nel portare avanti la propria vita volevano essere un omaggio alla stessa vita».
Un libro che parla dei valori di un tempo, sicuramente molto diversi rispetto a quelli della società odierna.
«Stiamo parlando di una società che veniva dall’Ottocento, con dei valori importanti, legati al senso di appartenenza alla Nazione. La gente andava a morire senza sapere esattamente le ragioni per cui combatteva. L’obiettivo era difendere la propria casa. Tra le numerose testimonianze che ho raccolto durante le mie ricerche, erano molti i soldati che avevano gli austriaci davanti a sé mentre alle spalle si trovavano le loro famiglie, il loro paese. Stiamo parlando dei valori della gente umile, povera dal punto di vista dell’istruzione ma sicuramente molto più ricca rispetto all’appartenenza alla patria, alla difesa della famiglia, alla voglia di farcela. Troppo spesso i soldati sono visti come degli automi, come macchine costruite per combattere, per vincere. Ma sono persone che hanno una loro dignità, dei principi, per questo devono essere valorizzati, raccontati e, quindi, ricordati».
Un libro ricco di Storia ma anche di storie; un romanzo nato per non dimenticare, ma allo stesso tempo per dimostrare l’importanza del futuro: la capacità di superare il passato, di non ripetere gli stessi errori; la storia di un uomo che potrebbe essere uno di noi, e di una donna che rappresenta al meglio la forza femminile.
L'incontro con gli autori Ruggero Dal Molin e Saverio Mirijello sarà una serata di cultura, storia, nonché un omaggio al nostro territorio.
mercoledì 27 luglio 2016
"QUELLO CHE SAREMMO STATI", UN AVVOCATO INDAGA NEL SUO PASSATO
Sullo sfondo di un Veneto avviato alla rinascita
dalle tragedie del Secondo Conflitto Mondiale, un avvocato vicentino è alla ricerca della verità sul padre
mai conosciuto, morto nel corso della Grande Guerra.
"QUELLO CHE SAREMMO STATI" (Attilio Fraccaro Editore), romanzo storico firmato da Ruggero Dal Molin e Saverio Mirijello, è una storia ambientata nell'Italia
degli anni 50: un Paese più povero, ma anche più semplice e meno complicato di
oggi, con valori che emergono in modo struggente e nostalgico.
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Attilio Fraccaro Editore (Bassano del Grappa) |
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