domenica 20 luglio 2008

ULTIMA LETTERA D'UN SOLDATO: L’AMORE CHE VINCE LA GUERRA

Ci sono lettere che coniugano alla perfezione Amore e Morte: sono quelle dei condannati a perdere di lì a poco la vita, da chi è consapevole di vivere le ultime ore della sua esistenza. Presso il Museo del Sacrario Militare di Asiago (Vicenza) è esposta una lettera-testamento (http://www.anacanove.it/museoguerra/?Lettera_testamento_del_Ten._Adolfo_Ferrero), terminata nella notte della vigilia della battaglia dell’Ortigara (giugno 1917) dal ten. Adolfo Ferrero, torinese, 20 anni, appartenente al 30° Reggimento Alpini Battaglione Val Dora. Decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare, laureato ad Honorem in Lettere e Filosofia, cadde il giorno dopo averla scritta e le sue spoglie riposano nel Sacrario Militare di Asiago. All'ingresso del Sacrario è esposta anche una copia della stessa lettera, vergata due volte dallo stesso soldato affinché potesse giungere a destinazione ai suoi cari. Ai margini dei fogli che la compongono si scorgono delle macchie: sono di sangue.
Ogni volta che la leggo, provo un tuffo al cuore. Testimonia l’attesa consapevole di una tragica fine, comunque eroica ma pur sempre di un giovane appena affacciatosi alla cognizione della responsabilità nella vita, verso sé stesso e nei confronti degli altri. Totalmente appassionata e dall’amarissimo sapore, è anche l’ultimo appello di un disperato attaccamento alla vita e al ricordo degli altri. Essa è divenuta patrimonio universale, e oggi possiede un valore simbolico inestimabile. Non esiste estate in cui, quando mi reco sull’Altopiano dei Sette Comuni e intravedo il Sacrario, non penso, almeno per un momento, a quel giovanissimo ufficiale italiano e a quei fogli che gridano incessantemente amore con tutta la forza possibile. Mi fa piacere ricordare che lui e il suo esempio rimangono vivi e palpitanti, e che il suo nome non è andato perduto nella nebbia della guerra. Il testo di quel tenente caduto sull’Ortigara è la rappresentazione perfetta dello stato d’animo e del coraggio di tanti altri uomini, fossero rispettivamente suoi sottoposti o pari grado (molti soldati, se sapevano scrivere, ci riuscivano a stento), e credo esprima perfettamente ciò che tutti provavano nelle stesse ore. Quando vi capita di passare da quelle parti, non dimenticate di rivolgere loro un piccolo pensiero. Non vi costa nulla e nello stesso tempo potrete continuare a spostarvi in libertà e ad assaporare la vita del vostro giorno, magari insieme a chi amate. Anche questo è un modo per ringraziare Adolfo Ferrero e tutti gli altri Caduti per averci concesso di godercela.

giovedì 17 luglio 2008

OLTRE IL MURO CHE ABBIAMO DENTRO

Karl Unterkircher aveva 38 anni. Più che scalare una montagna, aveva come obiettivo sfidare un muro dentro di sé: quello della paura. Ognuno di noi ne ha davanti qualcuno, in una qualsiasi forma e materia, che sia di roccia, di ghiaccio, di carta o di parole. Karl, stella ascendente dell’alpinismo italiano, aveva scalato l’Everest e il K2 nella stessa stagione. Come un sub delle altezze estreme, riusciva ad arrivarci senza l’ossigeno, che ad una certa quota viene a mancare, e l’aria rarefatta ti può togliere il respiro e la vita. Il Nanga Parabat aveva spento 31 vite prima che nel luglio 1953 uno scalatore austriaco, Hermann Buhl, ne toccasse il limite divenuto quasi sacro, e lo profanasse per sempre. Cinquantacinque anni dopo gli 8.000 non fanno più parte delle cosiddette “sfide impossibili” per un uomo. Adesso la sfida da lanciare sta nel giungere in cima attraverso una parete: nessuno finora c’è riuscito. Ci saranno ancora dei tentativi inutili, ma prima o poi qualcuno ce la farà. Nelle ultime pagine elettroniche che Karl Unterkircher ha lasciato a tutti attraverso il suo diario pubblicato su Internet, aveva scritto il 13 luglio: “Poco prima di partire uscivo dal bar e ho inciampato in un vaso di fiori”. Scherzava sul fatto che qualcuno pensasse come diavolo poteva sfidare una montagna se non riusciva nemmeno a stare in piedi a livello del mare. Forse, col facile senno di poi e le ormai inutili ricerche di una logica nella morte di un alpinista scrupoloso come lui, è come se avesse ricevuto un sinistro preavviso di ciò a cui andava incontro. Il suo muro finale, prima che lui lo cercasse, lo stava già aspettando, con le sue insidie celate ma non troppo, come le scariche di ghiaccio, quegli stessi ostacoli di forza incontrastabile, soprattutto imprevedibile, di cui Karl aveva paura guardandoli dalla sua tenda, ma che non ha esitato ad affrontare, nonostante tutto gli dicesse che era meglio ritornare sui suoi passi. La sua morte ci ha ricordato che ovunque c’è sempre un rischio che ti attende per metterti alla prova di te stesso, ed esiste una conseguente responsabilità che ti devi assumere per contrastarlo e andare avanti, oltre. Anche se rimarrai solo e verrai abbandonato dai tuoi compagni improvvisati, di ventura, o perfino di sangue, perché oltre un certo limite nessuno ti può aiutare, perché deve badare già a sopravvivere. Molti uomini, la maggior parte dei quali rimarranno sconosciuti, nel momento in cui leggete queste righe stanno scalando altre montagne. Davanti a loro, con la stessa legittima paura di Karl, osservano una grande parete. Sanno, come lui, che non torneranno indietro, che alla fine rimarranno anche soli, eppure avanzeranno ugualmente verso di essa.

ROY PACI & SAVERIO: TODA JOIA TODA BELEZA !


(POVOLARO DI DUEVILLE (VI) - ROCKANDO: BACKSTAGE CONCERTO ROY PACI & ARETUSKA - ESTATE 2007)

mercoledì 16 luglio 2008

GIUSTI PER COSA?

A pensarci ogni volta, mi sembra strano vivere in un Paese dove, sei hai meno di 40 anni, sei considerato (almeno sul piano lavorativo) “giovane”, mentre se conti più di 45 primavere ti passano, sempre lavorativamente parlando, per “vecchio”. Persiste, ed è purtroppo spesso riscontrabile coi fatti, una deteriorata mentalità secondo cui, se sei produttivamente “imberbe” (tra le 20 e le 39 candeline spente), cioè se manchi di una significativa (?) esperienza lavorativa rappresenti, ma soltanto a parole, una “risorsa da valorizzare”, mentre all’atto pratico costituisci più facilmente un problema da gestire. In poche parole, se ti trovi sulla fatidica soglia della cosiddetta “maturità lavorativa”, hai praticamente a tua disposizione un lustro di tempo (ovvero lo spazio temporale tra le 40 e le 44 tacche sulla tua spalla) per essere lavorativamente “giusto”. “Giusto” sì, ma per chi e cosa?
Non c’è da abbattersi, perché di certo il futuro è a favore di chi non si ferma a compiangersi. Occorre invece continuare a studiare, prepararsi, aver “fame” di approfondire le cose, tenere insomma aperta la propria mente, senza mai pensare di vivere di rendita con le nozioni acquisite fino ai 35 anni, perché la cultura è prima di tutto una difesa, ricordando che ogni giorno vengono allegramente tagliate molte ali a tanti giovani (di spirito, non solo di anagrafe) che propongono idee originali, innovative o finanche idiote, ma che almeno ci provano.
E allora, se avete tra i 20 e i 40 anni, se sentite dirvi in italiano o nel vostro dialetto: “Giovane, ma dove credi di andare?”, sappiate che siete molto probabilmente sulla strada giusta. O che almeno, ci state provando.

sabato 12 luglio 2008

COSA RESTA DI LLORET DE MAR

Sono le 4 di un’altra interminabile notte brava trasformata in giorno “como si hoy fuera el último día de mi vida”, e una ragazza italiana s’è persa in quest’ora, nello spazio estremo di una vita parallela e breve che ti sconvolge il ritmo biologico, il buon senso, la capacità di controllo, i tuoi freni inibitori, in quel torpore alcolico d’ordinanza che aleggia tra le lunghe teorie di luci stordenti e le adrenaliniche insegne dei giovani locali sul mare, con l’azzeramento del sonno, le facili sbronze adolescenziali, le pericolose calate, le favolose ciucche e le vaghe promesse di un qualsiasi posto di vacanza. Non si può proibire lo sballo, non è necessariamente un incubo che ti rende un relitto umano e ti inghiotte, anche se Lloret de Mar, con le sue innumerevoli porte aperte, le sue spiagge quasi inutili, la sua ebbrezza artificale e la sua notte dagli occhi sempre spalancati, resta un luogo sospeso nel vuoto come tanti altri dai prezzi accessibili che gli assomigliano e che sono dappertutto, in cui continuare a sognare la rivincita sulla quotidianità dove ci si fa e ci si disfa dimenticando talvolta le istruzioni fondamentali di noi stessi, tralasciando pezzi che una volta smontati non saremo in grado di ricomporre come prima. E’ una storia già scritta, quella di una ragazza normale di nome Francesca, che faceva cose semplici, che aveva aspirazioni legittime e nutriva i sogni d’una qualsiasi ragazza di 23 anni: moralmente integra, rigorosa il giusto, esuberante ed euforica il giusto, timorosa il giusto. Alla tua età non ci si può pentire per il proposito d’indossare il vestito più sexy, per la speranza d’incontrare nuove persone pur nella piacevole confusione del divertimento, anche il più banale, tra birre rancide e alitate canine. Non puoi separarti dall’idea di una contentezza da dividere spensieratamente in moltitudine solo perché puoi essere la vittima designata di un bruto nei paraggi. Certo, il divertimento ha le sue regole e la sua follìa. Però non è nemmeno condannabile lasciarsi prendere nelle nuvole della frivolezza per poco, perché tutti abbiamo tirato tardi la notte, riso irragionevolmente, ballato senza musica, e ci siamo sentiti in fusione anche fisica senza per questo permettere a chiunque di sfregiarci fuori e dentro. Nessuno può rubarti un momento di svago, magari facendoti bere un mix di alcol e droga per approfittarsi tranquillamente di te. La questione rimane piuttosto fino che punto divertirsi rimanendo vigili di sé stessi, col passo fermo sul confine tra coscienza e coglionaggine. Dopo, a parole, tutto è inutile e nulla ti restituisce la vita e forse la dignità che avevi. Nel dolore che si prova per una vita persa assurdamente, non c’è infatti alcunchè di nuovo a riscoprire l’essenza che scompare mentre il superfluo insiste, persiste, imperversa, e infierisce. Non c’entra nulla la condanna alla bramosìa scanzonata di buttarsi a capofitto nelle tenebre dove sono in agguato mille insidie, inclusa la morte. Nemmeno il fatto che esistano menti criminali, o di sconvolti dall’irresponsabilità dei loro atti, in perenne attesa di fronte all’acqua intorbidita con la loro invisibile canna da pesca. Perché c’è chi il tempo è capace di sospenderlo e di riprenderlo un istante dopo il divertimento, e chi si ostina a stordirsi e a stordire per trattenerlo, cercando pure di farlo scorrere all’indietro. E c’è sempre chi alzerà le spalle, dopo, e dichiarerà “in fondo se l’è cercata”. Ma essere presenti per affermarlo non ci rende migliori né ci conferisce il diritto inappellabile a ergerci a giudici degli altri. Che silenzio resta dopo una morte che non ha senso? O dopo un “errore”, come può penosamente blaterare uno stupido assassino dopo la cattura? Eppure è la stessa sensazione di impotenza, di assenza, d’inspiegabile pieno o come altro vogliamo chiamarlo, di quello che conosciamo tutti, perché non ci sono mai troppe parole per definirlo. Non è irrecuperabilmente ingenua o da condannare una ragazza che vuole soltanto staccare per un po’ dalla vita di sempre e divertirsi, in compagnia come da sola. Gli uomini lo sanno, e devono aver coraggio di ammettere che per una donna abbassare le difese per allegria non è per niente il segnale di un’autorizzazione a qualunque trasgressione, come all’umiliazione totale. Sesso, droga, sensazioni estreme. Circolano sempre troppi stereotipi, troppa retorica, troppe insinuazioni durante le celebrazioni delle persone che non possono rispondere. E’ così allora che la prima cosa che ci salta in mente e che diciamo è che te la sei andata a cercare, Federica, perché non sappiamo trovare risposte migliori ad un nostro possibile e irrimediabile comportamento idiota. Mentre dovremmo ricordarti e consigliarti, questa volta come tutte le altre in cui è capitato e purtroppo capiterà in un luogo di svago caotico e un po’ modaiolo, di non trascurare il tuo bicchiere vicino a gente che non conosci bene, scegliere di non restare sola nella notte, di fidarti meno, anche di te stessa, e di coprirti maggiormente, in confidenza verbale come fisica. E’ bastato fottutamente poco per perderti, e adesso che a te non serve più, chiederti scusa come a tutte le altre che dopo aver subìto un atto bestiale, e comunque a tradimento, devono addirittura difendersi perché qualcuno le bolla come provocatrici, mentre è chi le aggettiva ad aver paura di ammettere che basterebbe una sola variabile per voltare in bene un finale altrimenti tragico, e a tramutarlo in un racconto da riportare a casa con l’allegria della gioventù. Non è stata colpa tua, lo sappiamo, come di tutte le altre ragazze che perdono l’ingenuità e qualcos’altro di più importante, perché sarebbe altrimenti come riconoscere che è dipeso unicamente da te, e non da chi hai incontrato sulla tua strada. La nostra raccomandazione a restare comunque in guardia la prossima volta è come la lezione da accettare e riportare indietro, dimostrando a te stessa di averla compresa, perché vorremmo riparlarne, rivederti felice per lo scampato pericolo e sorridente com’eri e ti ricorderanno. E’ l’unico modo per pensarti finalmente a casa, tra chi ti ama e ti rispetta.

sabato 28 giugno 2008

GIGI MENEGHELLO E IL VALORE DELLA PAROLA COME IMMAGINE

Vicenza è una delle province che più hanno consegnato al nostro Paese e al mondo, soprattutto nel corso del Novecento, un fondamentale contributo sul piano della Letteratura di qualità. Ma è sbagliato pensare che la qualità di un’opera culturale sia più importante della quantità del tempo impiegato a comporla, perchè soltanto un rapporto continuo e lungo può trasmettere principi e conoscenze. Ottimi insegnamenti, esposti in pochi minuti, non vengono assimilati.
Ricordare i nostri migliori scrittori è dunque ricordare anche a noi stessi che oltre alle sue ricchezze esteriori la nostra terra conserva nel suo invisibile forziere il patrimonio d’insegnamento d’una inesauribile memoria.
Un anno fa, nel breve passaggio d’una notte di mezza estate e in un mese di giugno altrettanto torrido, anche Luigi Meneghello è uscito di scena con uno stile da perfetto gentleman, come ci aveva abituati.
E' stato giustamente scritto in questi giorni che rivivere nelle parole dei coetanei (familiari, amici e conoscenti della tua stessa classe) è un fatto normale, ma venire onorati dai giovani della generazione successiva, è qualcosa di veramente speciale. Significa che ti hanno spontaneamente riconosciuto come riferimento: un vero Maestro, capace d’insegnare a chiunque qualcosa di veramente importante, una persona di cui ci si può civilmente fidare, un uomo la cui terra d’origine è stata qui, ma ha costituito solo il piccolo ramo su cui appoggiarsi per aprire le ali e raggiungere tutto il mondo. Significa che sei stato capace di essere locale e globale, com’è d’obbligo oggi. A Luigi (per tutto il mondo), a Gigi (per noi) Meneghello questo è capitato, e il suo spirito libero, come il nostro senso di appartenenza ad un luogo comune a tutti, ne potranno andare sempre orgogliosi. Con la sua scomparsa nulla è veramente finito. Il tema a lui più caro e più citato, il valore magico della parola quale “immagine intensificata delle cose”, resterà con noi, e l’universo meneghelliano, agli occhi, alla mente e al cuore dei suoi stessi abitanti, rimarrà ancora tutto da scoprire e rivisitare.

sabato 14 giugno 2008

PIOGGIA D'ESTATE (Nazim Hikmet)

Pioggia d'estate cade dentro di me
acini d'uva si schiacciano contro i miei vetri
gli occhi delle mie foglie sono abbagliati
pioggia d'estate cade dentro di me
piccioni d'argento volano dai miei tetti
la mia terra corre coi piedi nudi
pioggia d'estate cade dentro di me
una donna è scesa dal tram
i polpacci bianchi bagnati
pioggia d'estate cade dentro di me
senza rinfrescare la mia tristezza
pioggia d'estate cade dentro di me
all'improvviso s'arresta
il peso dell'afa è rimasto dov'era
al termine delle grosse rotaie
arrugginite.

Mi dà particolare soddisfazione sapere che tra i visitatori del mio blog posso contare su lettori così attenti.
Rispondo così con piacere al cortese commento ricevuto nei giorni scorsi, tramite cui mi si chiede di inserire qualcosa di Nazim Hikmet (1901-1963), altro poeta che amo e col quale, leggendo l'autobiografia, ho scoperto di condividere un particolare momento della mia vita.
Nazim Hikmet (Nâzım Hikmet Ran) nacque a Salonicco. Il suo primo contatto con la poesia avvenne grazie al nonno paterno. Questi infatti, oltre che pascià e governatore di varie province, era anche scrittore e poeta in lingua ottomana, vale a dire in una lingua, come scrisse Hikmet stesso, “in cui la maggior parte delle parole erano arabe o persiane”. Hikmet studiò per un breve periodo nel liceo francese di Galatasaray (Istanbul), poi anche nell'Accademia della Marina militare che però dovette abbandonare per ragioni di salute; scappò in Anatolia, dove si svolgeva la guerra di liberazione guidata dal nazionalista Atatürk (Mustafà Kemal) e qui fece il maestro di scuola a Bolu. Nel 1921, a soli 19 anni, lasciò il partito kemalista. Scoperti i testi di Marx e la rivoluzione sovietica, dai quali rimase affascinato, decise di emigrare: andò a Mosca e s'iscrisse alla facoltà di sociologia dell'Università comunista dei lavoratori d'Oriente. In questo periodo, sempre continuando a frequentare l'università, Hikmet conobbe Lenin ed incontrò Esenin e Majakovskij. Tornato in patria nel 1924, dovette scappare dopo appena un anno, quando fu arrestato e accusato di collaborare con una rivista di sinistra. Tornato in Turchia soltanto nel 1928 e senza il visto, scrisse vari articoli e componimenti. Fu condannato alla prigione per il suo ritorno irregolare ma nel 1935 gli venne concessa l’amnistia. Nel 1938 fu condannato dal governo turco, fortemente anticomunista, a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività antinaziste ed antifranchiste. Nel 1949 si creò una commissione che si battè per la sua liberazione (di questa facevano parte, tra gli altri, Jean Paul Sartre e Pablo Picasso) ed un anno dopo Hikmet venne liberato. Si sposò con Münevver Andaç, traduttrice in francese e polacco. A causa delle forti pressioni prodotte dal governo, fu costretto a ritornare in Unione Sovietica, ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo. Nel 1959 perse la cittadinanza turca e scelse di diventare cittadino polacco. Nonostante un secondo attacco di cuore continuò a viaggiare e a lavorare intensamente, visitando l’Europa dell’Est, Roma, Parigi, L’Avana e Pechino. Nazim Hikmet morì a Mosca il 3 giugno 1963 (nello stesso giorno in cui spirava papa Giovanni XXIII), colpito da un infarto. Nel 2002, ad un secolo dalla sua nascita, a seguito anche alla petizione firmata da oltre mezzo milione di cittadini turchi, il governo turco ha deciso di ridare a Nazim Hikmet la cittadinanza turca toltagli nel 1951.
Ho voluto descrivere un po’ la vita di Hikmet perchè merita di essere conosciuta almeno nelle linee essenziali e per contribuire a far sì che chi non conosce molto la sua esperienza umana possa meglio approfondirla per apprezzare maggiormente la sua poetica. Protagonista (spesso vittima) di una esistenza assai travagliata, Hikmet era capace nello stesso tempo di far piangere e sorridere, di amare, di soffrire e di cantare la bellezza della vita. “E cantava - racconta il suo amico Pablo Neruda - prima piano e poi sempre più forte, a squarciagola, per vincere la sua debolezza e rispondere ai suoi torturatori. Cantava in mezzo agli escrementi delle latrine, dove lo avevano costretto a stare dopo averlo fatto a camminare fino all'esaurimento delle forze”.


ALLA VITA

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non é uno scherzo.

Prendila sul serio ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Chi meglio di Hikmet, e di pochi altri poeti, può esaltare il dolore e la gioia della vita per cui vale comunque la pena affrontarla?

IL PIU' BELLO DEI MARI


Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

Grazie a Nazim Hikmet per quello che ci ha dato, nonostante tutto ciò che da uomo ha subito da parte dei suoi simili, e grazie ancora all’anonimo lettore del mio blog per avermi permesso di ricordarlo in questo piccolo spazio.