Beppino Englaro ha scritto della figlia Eluana: “Era assoluta verso se stessa: o tutto o niente. O una vita traboccante di sè o la morte. Niente compromessi, niente grigi nella sua scala di valori”. Mentre attorno alla ragazza che voleva morire -e che non si voleva lasciar morire- è andato in scena il grande ballo dei compromessi tra lo Stato e la Chiesa, Eluana ha saputo piantare, seppur da immobile, una spina nelle nostre coscienze di persone vive e presumibilmente reattive, spingendoci al punto di chiederci quanto grigio ci sia dietro al nostro ideale coraggio, dentro alla nostra presunta equilibrata morale. Se la vicenda dolorosissima di Eluana può insegnarci qualcosa, può essere forse nell'indurci a riflettere sul fatto che nessuno detiene il potere di influenzare gli altri con le proprie credenze. In fondo tutti viviamo con approcci differenti alla vita e con modi diversi di declinare i valori fondamentali. Il vero rispetto delle differenze, che annulla il relativismo, è un valore fondante del vivere civile ed è un fondamento di civiltà. Mentre Eluana ha terminato il suo viaggio terreno, e ora è il cielo la sua casa, molte altre persone vivono in quella stessa stazione di parcheggio sensoriale e dimensionale. Se la sua storia non ha avuto un bel finale, potrà riconquistarlo in ognuno di noi se da questi giorni disperati impareremo a nutrire maggior rispetto per l'inizio e la fine di una vita.
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giovedì 12 febbraio 2009
giovedì 17 luglio 2008
OLTRE IL MURO CHE ABBIAMO DENTRO
Karl Unterkircher aveva 38 anni. Più che scalare una montagna, aveva come obiettivo sfidare un muro dentro di sé: quello della paura. Ognuno di noi ne ha davanti qualcuno, in una qualsiasi forma e materia, che sia di roccia, di ghiaccio, di carta o di parole. Karl, stella ascendente dell’alpinismo italiano, aveva scalato l’Everest e il K2 nella stessa stagione. Come un sub delle altezze estreme, riusciva ad arrivarci senza l’ossigeno, che ad una certa quota viene a mancare, e l’aria rarefatta ti può togliere il respiro e la vita. Il Nanga Parabat aveva spento 31 vite prima che nel luglio 1953 uno scalatore austriaco, Hermann Buhl, ne toccasse il limite divenuto quasi sacro, e lo profanasse per sempre. Cinquantacinque anni dopo gli 8.000 non fanno più parte delle cosiddette “sfide impossibili” per un uomo. Adesso la sfida da lanciare sta nel giungere in cima attraverso una parete: nessuno finora c’è riuscito. Ci saranno ancora dei tentativi inutili, ma prima o poi qualcuno ce la farà. Nelle ultime pagine elettroniche che Karl Unterkircher ha lasciato a tutti attraverso il suo diario pubblicato su Internet, aveva scritto il 13 luglio: “Poco prima di partire uscivo dal bar e ho inciampato in un vaso di fiori”. Scherzava sul fatto che qualcuno pensasse come diavolo poteva sfidare una montagna se non riusciva nemmeno a stare in piedi a livello del mare. Forse, col facile senno di poi e le ormai inutili ricerche di una logica nella morte di un alpinista scrupoloso come lui, è come se avesse ricevuto un sinistro preavviso di ciò a cui andava incontro. Il suo muro finale, prima che lui lo cercasse, lo stava già aspettando, con le sue insidie celate ma non troppo, come le scariche di ghiaccio, quegli stessi ostacoli di forza incontrastabile, soprattutto imprevedibile, di cui Karl aveva paura guardandoli dalla sua tenda, ma che non ha esitato ad affrontare, nonostante tutto gli dicesse che era meglio ritornare sui suoi passi. La sua morte ci ha ricordato che ovunque c’è sempre un rischio che ti attende per metterti alla prova di te stesso, ed esiste una conseguente responsabilità che ti devi assumere per contrastarlo e andare avanti, oltre. Anche se rimarrai solo e verrai abbandonato dai tuoi compagni improvvisati, di ventura, o perfino di sangue, perché oltre un certo limite nessuno ti può aiutare, perché deve badare già a sopravvivere. Molti uomini, la maggior parte dei quali rimarranno sconosciuti, nel momento in cui leggete queste righe stanno scalando altre montagne. Davanti a loro, con la stessa legittima paura di Karl, osservano una grande parete. Sanno, come lui, che non torneranno indietro, che alla fine rimarranno anche soli, eppure avanzeranno ugualmente verso di essa.
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