giovedì 31 luglio 2008

UNA CITTA' CHE CONTA


mercoledì 30 luglio 2008

MARIO PER SEMPRE TRA GLI UROGALLI

(Da "Realtà Vicentina", anno XIX, n. 10, luglio 2008)

I miei brevi racconti non parlano di primavere silenziose, di alberi rinsecchiti… ma di cose che ancora si possono godere purché si abbia desiderio di vita, volontà di camminare e pazienza di osservare.” (Mario Rigoni Stern, “Uomini, boschi e api”)

Austero, silenzioso, composto come sempre, il Sergente Mario se n’è andato in punta di piedi. Ci ha insegnato tante cose, descrivendoci con le parole più semplici le leggi immutabili che regolano l’umanità e i sentimenti delle persone. Semplici e ignari protagonisti di vite da raccontare per la loro splendida specificità: boscaioli, minatori, allevatori di bestie, giardinieri, ferrovieri, venditori di stampe, recuperanti, migranti. Con l’arte della sua semplicità ci ha dimostrato che si può conoscere la vita osservando le stagioni, gli uomini e gli animali che abitano il nostro stesso tempo da una contrada al confine della porzione che ognuno di noi riceve in affido, senza la necessità di compiere infiniti, e talvolta inutilmente sfiancanti, viaggi continentali. Non è davvero poco, e non potremo mai finire di ringraziarlo soltanto per questa lezione.
Mario Rigoni Stern è un arguto scrittore che ha conosciuto sulla sua pelle il dramma della più pagliaccesca follìa umana, la guerra, ed un uomo che ha saputo fermarsi ad ascoltare la sottile ed inestimabile lirica della vita, conservandone il segreto nello scrigno del proprio silenzio anche per consegnarlo intatto un giorno a coloro, come molti dei suoi compagni nella tragica campagna di Russia, che non ebbero il tempo di scoprirlo fino in fondo.
Infaticabile testimone oculare di ciò che è l’orrore e di ciò che è il riscatto di un’esistenza altrimenti perduta, nel suo animo era rimasto conficcato il chiodo ghiacciato di un inverno maledetto, l’immagine d’interminabili colonne di uomini diretti al sacrificio più o meno consapevolmente, il pregnante odore del grasso sulla bocca della canna di un ridicolo fucile, il senso della presenza circostante della morte, in perenne e dolcissimo agguato, ma anche l’indimenticabile gusto delle patate rimediate nelle isbe, e il ritorno al vero giorno, alla vera vita. Quel chiodo non è così riuscito a soffocare la sua voce. Una volta tornato a casa, tra le sue montagne, Rigoni Stern comprese che sarebbe stata questa la sua missione: essere il cantore della speranza che non si arrende, non decade, non è intaccata dalle nostre angosce, qualunque ne sia la ragione.
Nel resto della sua vita Mario Rigoni Stern ci ha raffigurato con la sua penna frammenti di grandiosa bellezza, insegnandoci a ripartire indomiti, a non cedere all’egoismo e alla grettezza, a credere invece nella fratellanza, nella solidarietà, nella condivisione, perché è il senso stesso della vita a imporcelo. Oltre alle memorabili storie di animali, come possono essere quella del capriolo rimasto ferito in un rastrellamento che diventa una vendetta partigiana, del picchio rosso, della pernice bianca, delle api e dell’urogallo come del fagiano di monte o dell’asina Giorgia, da vero uomo delle montagne Rigoni Stern ha saputo descrivere magistralmente l’eterno ritorno a casa e raccontare la vita quotidiana che riparte comunque ogni giorno serenamente, con i suoi insostituibili personaggi.
Le sue dolorose cicatrici interiori sono diventate in questo modo le note di uno spartito di musica rigenerante, perchè radiosa e pulsante di amore in tutto ciò che significa essere semplicemente un uomo che abita il suo tempo e interagisce con la terra cui appartiene.
Altrettanto grande egli è stato nel descriverci il suono e le suggestioni dei temporali di primavera, come a rievocare il sordo rimbombo e le voci confuse dei commilitoni perduti durante la guerra, i segni sulla neve per ricordarne anche gli ultimi passi, l’affannata fuga per la vita dei ghiri e delle lepri, perché in fondo forse siamo davvero così pure noi uomini.
Tutti i libri di Mario Rigoni Stern sono animati e amati dalla gente semplice, perché è al loro nobile animo ch’egli non cesserà di rivolgersi. Usciti stremati da una guerra insensata come tutte le altre, gli abitanti del suo cuore ripartono dalle macerie dell’anima e dai relitti del loro tempo per ricomporre i tasselli di una nuova esistenza e rivivere i giorni di una rinnovata speranza.
Rigoni Stern conosceva erbe, pietre, funghi, canti di uccelli, e amava particolarmente gli alberi, intrecciando le proprie riflessioni sulla consonanza di destino fra questi e gli uomini, chiusi nella parabola eterna di nascita e morte, di gioia e sofferenza. Sapeva che lassù, in un posto lontano dai clamori e dagli affanni, la neve scende sempre silenziosa e puntuale, e che la natura alla fine dà una risposta a tutti: il dolore straziante inferto dal male, che pure si accanisce sull’uomo in ginocchio, è soltanto una componente essenziale della nostra vita.
Le persone comuni hanno raccolto il suo piccolo-grande messaggio, gli hanno voluto e gliene vorranno sempre: non esiste un miglior premio della riconoscenza silenziosa della tua stessa gente.
E adesso, Sergente Mario, siamo noi ad augurare buon cammino a te che ti sei avviato per precederci, come si sente in dovere di fare una seria, scrupolosa e premurosa guida.
Nel confortevole tepore della notte eterna, finalmente ritrovati, i tuoi fedeli compagni della raccolta interiore alla solitudine avranno molte cose da ricordarti.

venerdì 25 luglio 2008

DOMENICO CARIOLATO (1835-1910): UNO DEI MILLE DI GIUSEPPE GARIBALDI


La ricostruzione dell'avventurosa vita di Domenico Cariolato è ora disponibile in versione digitale nell'e-book intitolato "IL SOLDATO FANCIULLO E GARIBALDI", scaricabile dal Kindle Store di Amazon.
Si tratta dei risultati di due anni di studio sulla figura del patriota berico e sugli avvenimenti che lo videro coinvolto: da quand’egli, nel 1848, appena dodicenne, si distinse nella difesa di Vicenza assediata dagli Austriaci, alla sua partecipazione con la camicia rossa nella leggendaria Spedizione dei Mille; nell’impegno civile e sociale dopo il raggiungimento dell’Unità, attraverso il perenne legame di affetto e stima con Garibaldi; nella difesa dei valori in cui egli credette fino alla fine dei suoi giorni.
L'e-book, raccolta completa di tutta la documentazione reperita da Saverio Mirijello durante il suo lavoro di ricerca e approfondimento, è leggibile su dispositivi iPhone, PC, Mac oppure Ipad. Sempre allo stesso indirizzo è inoltre possibile scaricarne gratuitamente le prime pagine.
Altre info sul patriota risorgimentale vicentino sono ora disponibili sul sito dedicato: domenicocariolato.blogspot.com

(Aggiornamento: domenica 28 Ottobre 2012)

domenica 20 luglio 2008

ULTIMA LETTERA D'UN SOLDATO: L’AMORE CHE VINCE LA GUERRA

Ci sono lettere che coniugano alla perfezione Amore e Morte: sono quelle dei condannati a perdere di lì a poco la vita, da chi è consapevole di vivere le ultime ore della sua esistenza. Presso il Museo del Sacrario Militare di Asiago (Vicenza) è esposta una lettera-testamento (http://www.anacanove.it/museoguerra/?Lettera_testamento_del_Ten._Adolfo_Ferrero), terminata nella notte della vigilia della battaglia dell’Ortigara (giugno 1917) dal ten. Adolfo Ferrero, torinese, 20 anni, appartenente al 30° Reggimento Alpini Battaglione Val Dora. Decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare, laureato ad Honorem in Lettere e Filosofia, cadde il giorno dopo averla scritta e le sue spoglie riposano nel Sacrario Militare di Asiago. All'ingresso del Sacrario è esposta anche una copia della stessa lettera, vergata due volte dallo stesso soldato affinché potesse giungere a destinazione ai suoi cari. Ai margini dei fogli che la compongono si scorgono delle macchie: sono di sangue.
Ogni volta che la leggo, provo un tuffo al cuore. Testimonia l’attesa consapevole di una tragica fine, comunque eroica ma pur sempre di un giovane appena affacciatosi alla cognizione della responsabilità nella vita, verso sé stesso e nei confronti degli altri. Totalmente appassionata e dall’amarissimo sapore, è anche l’ultimo appello di un disperato attaccamento alla vita e al ricordo degli altri. Essa è divenuta patrimonio universale, e oggi possiede un valore simbolico inestimabile. Non esiste estate in cui, quando mi reco sull’Altopiano dei Sette Comuni e intravedo il Sacrario, non penso, almeno per un momento, a quel giovanissimo ufficiale italiano e a quei fogli che gridano incessantemente amore con tutta la forza possibile. Mi fa piacere ricordare che lui e il suo esempio rimangono vivi e palpitanti, e che il suo nome non è andato perduto nella nebbia della guerra. Il testo di quel tenente caduto sull’Ortigara è la rappresentazione perfetta dello stato d’animo e del coraggio di tanti altri uomini, fossero rispettivamente suoi sottoposti o pari grado (molti soldati, se sapevano scrivere, ci riuscivano a stento), e credo esprima perfettamente ciò che tutti provavano nelle stesse ore. Quando vi capita di passare da quelle parti, non dimenticate di rivolgere loro un piccolo pensiero. Non vi costa nulla e nello stesso tempo potrete continuare a spostarvi in libertà e ad assaporare la vita del vostro giorno, magari insieme a chi amate. Anche questo è un modo per ringraziare Adolfo Ferrero e tutti gli altri Caduti per averci concesso di godercela.

giovedì 17 luglio 2008

OLTRE IL MURO CHE ABBIAMO DENTRO

Karl Unterkircher aveva 38 anni. Più che scalare una montagna, aveva come obiettivo sfidare un muro dentro di sé: quello della paura. Ognuno di noi ne ha davanti qualcuno, in una qualsiasi forma e materia, che sia di roccia, di ghiaccio, di carta o di parole. Karl, stella ascendente dell’alpinismo italiano, aveva scalato l’Everest e il K2 nella stessa stagione. Come un sub delle altezze estreme, riusciva ad arrivarci senza l’ossigeno, che ad una certa quota viene a mancare, e l’aria rarefatta ti può togliere il respiro e la vita. Il Nanga Parabat aveva spento 31 vite prima che nel luglio 1953 uno scalatore austriaco, Hermann Buhl, ne toccasse il limite divenuto quasi sacro, e lo profanasse per sempre. Cinquantacinque anni dopo gli 8.000 non fanno più parte delle cosiddette “sfide impossibili” per un uomo. Adesso la sfida da lanciare sta nel giungere in cima attraverso una parete: nessuno finora c’è riuscito. Ci saranno ancora dei tentativi inutili, ma prima o poi qualcuno ce la farà. Nelle ultime pagine elettroniche che Karl Unterkircher ha lasciato a tutti attraverso il suo diario pubblicato su Internet, aveva scritto il 13 luglio: “Poco prima di partire uscivo dal bar e ho inciampato in un vaso di fiori”. Scherzava sul fatto che qualcuno pensasse come diavolo poteva sfidare una montagna se non riusciva nemmeno a stare in piedi a livello del mare. Forse, col facile senno di poi e le ormai inutili ricerche di una logica nella morte di un alpinista scrupoloso come lui, è come se avesse ricevuto un sinistro preavviso di ciò a cui andava incontro. Il suo muro finale, prima che lui lo cercasse, lo stava già aspettando, con le sue insidie celate ma non troppo, come le scariche di ghiaccio, quegli stessi ostacoli di forza incontrastabile, soprattutto imprevedibile, di cui Karl aveva paura guardandoli dalla sua tenda, ma che non ha esitato ad affrontare, nonostante tutto gli dicesse che era meglio ritornare sui suoi passi. La sua morte ci ha ricordato che ovunque c’è sempre un rischio che ti attende per metterti alla prova di te stesso, ed esiste una conseguente responsabilità che ti devi assumere per contrastarlo e andare avanti, oltre. Anche se rimarrai solo e verrai abbandonato dai tuoi compagni improvvisati, di ventura, o perfino di sangue, perché oltre un certo limite nessuno ti può aiutare, perché deve badare già a sopravvivere. Molti uomini, la maggior parte dei quali rimarranno sconosciuti, nel momento in cui leggete queste righe stanno scalando altre montagne. Davanti a loro, con la stessa legittima paura di Karl, osservano una grande parete. Sanno, come lui, che non torneranno indietro, che alla fine rimarranno anche soli, eppure avanzeranno ugualmente verso di essa.

ROY PACI & SAVERIO: TODA JOIA TODA BELEZA !


(POVOLARO DI DUEVILLE (VI) - ROCKANDO: BACKSTAGE CONCERTO ROY PACI & ARETUSKA - ESTATE 2007)

mercoledì 16 luglio 2008

GIUSTI PER COSA?

A pensarci ogni volta, mi sembra strano vivere in un Paese dove, sei hai meno di 40 anni, sei considerato (almeno sul piano lavorativo) “giovane”, mentre se conti più di 45 primavere ti passano, sempre lavorativamente parlando, per “vecchio”. Persiste, ed è purtroppo spesso riscontrabile coi fatti, una deteriorata mentalità secondo cui, se sei produttivamente “imberbe” (tra le 20 e le 39 candeline spente), cioè se manchi di una significativa (?) esperienza lavorativa rappresenti, ma soltanto a parole, una “risorsa da valorizzare”, mentre all’atto pratico costituisci più facilmente un problema da gestire. In poche parole, se ti trovi sulla fatidica soglia della cosiddetta “maturità lavorativa”, hai praticamente a tua disposizione un lustro di tempo (ovvero lo spazio temporale tra le 40 e le 44 tacche sulla tua spalla) per essere lavorativamente “giusto”. “Giusto” sì, ma per chi e cosa?
Non c’è da abbattersi, perché di certo il futuro è a favore di chi non si ferma a compiangersi. Occorre invece continuare a studiare, prepararsi, aver “fame” di approfondire le cose, tenere insomma aperta la propria mente, senza mai pensare di vivere di rendita con le nozioni acquisite fino ai 35 anni, perché la cultura è prima di tutto una difesa, ricordando che ogni giorno vengono allegramente tagliate molte ali a tanti giovani (di spirito, non solo di anagrafe) che propongono idee originali, innovative o finanche idiote, ma che almeno ci provano.
E allora, se avete tra i 20 e i 40 anni, se sentite dirvi in italiano o nel vostro dialetto: “Giovane, ma dove credi di andare?”, sappiate che siete molto probabilmente sulla strada giusta. O che almeno, ci state provando.