domenica 29 ottobre 2017

L'evento "RICORDARE", dedicato alla Grande Guerra, in onda su RAI STORIA

Martedì 31 ottobre 2017, alle 21.40, sul canale tematico Rai Storia andrà in onda lo speciale "Asiago: conoscere, ricordare e tramandare" (rivedi la puntata su Rai Storia), relativo alla rivisitazione storica svoltasi sull'Altopiano nel mese di agosto, realizzata grazie alla collaborazione tra il Comando forze operative nord e le istituzioni locali, in primis il Comune di AsiagoLa manifestazione, attraverso celebrazioni, visite guidate e spettacoli, ha riportato per tre giorni alla memoria fatti e personaggi della Grande Guerra: un doveroso ricordo dei tanti giovani soldati che hanno sacrificato la loro vita per la Patria sulle montagne altopianesi. 
Tra i contributi di ricerca storica, Saverio Mirijello parlerà del linguaggio al fronte e dei passatempi di trincea nella Grande Guerra, traendo spunto dal suo libro "1914-18: Parole dal fronte". 
La trasmissione avrà due repliche: l'1 e il 6 novembre.

domenica 22 ottobre 2017

"PRIMA DELL'ALBA" di Paolo Malaguti: un romanzo nella sconfitta

È una fredda mattina del 1931. L’ispettore Malossi è svegliato da una telefonata della questura: abbandonato sui binari della ferrovia Firenze-Prato, giace un cadavere. Non è il corpo di un uomo qualsiasi, ma quello del generale Andrea Graziani, luogotenente della Milizia fascista ed “eroe” della Grande guerra. Come è morto l’anziano militare? Si è trattato di un incidente o di un omicidio? È l’inizio di “Prima dell’alba” (Neri Pozza), il nuovo romanzo di Paolo Malaguti, che accompagna il lettore in un’avvincente indagine a ritroso nel tempo, fino ai giorni bui del Primo conflitto mondiale. «Ho pensato per anni a un libro sul dramma dei soldati nella Grande guerra» spiega l’autore, trentanove anni e da molto tempo residente nella zona del Monte Grappa.
«Qui la memoria del conflitto è ancora vivissima, quasi in ogni famiglia c’è un appassionato che ha il suo piccolo museo di reperti di guerra. I segni delle battaglie come Caporetto sono ancora dappertutto e favoriscono anche nei giovani l’interesse per quel periodo storico. Ma a darmi lo spunto per iniziare a scrivere è stata la vicenda del generale Graziani: la sua morte misteriosa negli anni Trenta e i crimini che ha commesso quando era al fronte».
Noto alle cronache per la brutalità nei confronti dei sottoposti, lo spietato generale “fucilatore” compì il suo gesto più efferato durante la tragica ritirata del 1917, condannando a morte il ventiquattrenne artigliere Alessandro Ruffini, reo di aver fatto il saluto militare con il sigaro in bocca. Partendo da questo episodio storico, Malaguti propone una possibile soluzione per un cold case dimenticato dalla storia, per allargare lo sguardo a un tema più ampio, quello delle punizioni disumane che venivano inferte ai fanti italiani. Soldati, nati nelle aree più povere e arretrate del paese, che spesso non riuscivano nemmeno a capirsi tra di loro, in un contesto dove un piccolo errore di comunicazione poteva fare la differenza tra la vita e la morte. «Ho potuto ricostruire l’atmosfera di quei giorni», racconta Malaguti, «grazie al libro sul gergo di trincea 1914-18 Parole dal fronte di Saverio Mirijello, che mi ha dato gli strumenti per scrivere dialoghi il più possibile credibili. Perché quello che volevo era portare alla luce un aspetto che ancora oggi, a cent’anni di distanza, si fa fatica ad affrontare: la realtà di una guerra non compresa e non voluta da quegli italiani — spesso poveri contadini — che formavano il grosso della truppa» e che erano trattati dagli alti gradi come carne da cannone. (di Luigi Gaetani, “la Repubblica” del 22 Ottobre 2017)

sabato 7 ottobre 2017

Recensione del libro "LA CALDAIA DELLE STREGHE" a cura di Nicoletta Martelletto (Il Giornale di Vicenza)

Nascita di un cecchino tra gli orrori della guerra 

Appassionante è la vicenda del sergente vicentino Bicchi che viene scelto in fanteria per diventare tiratore e chiudere col passato

Cosa passa per la testa di un tiratore di precisione? Cosa pensa quando preme il grilletto? E quanto è lungo e tormentato l'avvicinamento all'obiettivo prescelto? Ce lo hanno raccontato oggi film come "American Sniper" o "Il nemico alle porte" e ancora con più crudeltà le dirette Tv da Sarajevo, quando durante la guerra di Bosnia sul viale dei cecchini sono caduti in centinaia. Ma mancava ancora, nella fioritura di testi per il 100° della Grande Guerra, qualcuno che scrivesse di chi, nelle file del nostro esercito, aveva ricoperto questo ruolo già ampiamente praticato sul fronte austriaco. Cecchino era il soldato austro-ungarico dell'imperatore Cecco Beppe, che non aveva pietà, un tiratore da temere e da tenere lontano. Un nome dispregiativo. Col romanzo "La caldaia delle streghe", 214 pagine per Attilio Fraccaro editore, l'appassionato ricercatore storico Saverio Mirijello colma questo vuoto. Il tiratore scelto di cui narrare la storia è il sott'ufficiale Luigi Bicchi, vicentino, fante nella IV compagnia del 129esimo. Un nome di fantasia, un trascorso tra Monte Zebio, Carso e un presente sul Pasubio, giusto sui bordi di quella "caldiera delle streghe", così chiamata da un militare austriaco reduce da bufere di neve e arsure insopportabili. Bicchi è un bravo soldato, con qualche ombra disciplinare, che viene convocato all'improvviso nelle retrovie per divenire tiratore. Spara da quando è ragazzino, a 10 anni va a caccia col padre e lo zio, assimila presto la pazienza dell'appostamento e la freddezza dell'esecuzione. Ma poi da giovane, chiamato alle armi, come tanti coetanei si chiede il perchè del conflitto: «Molti compreso il sottoscritto, disconoscevano le effettive ragioni, non era certo motivante nè corroborava lo spirito. Del pugno di ferro imposto da Cadorna, e di tutto quell'enorme catafalco politico e militare che lo sorreggeva, continuavo sinceramente a infischiarmene». Ma Luigi combatte, perchè serve il Re e la sua Patria. E soprattutto deve coprire chi va all'assalto. Quando fallisce e muoiono i compagni più vicini, il tormento lo divora. Viene ferito gravemente, è soccorso dai suoi che non lo abbandonano ma quando viene spedito in licenza a casa dai genitori, non riesce a consumarla tutta, perchè l'estraniamento è tale che il fronte di nuovo lo chiama. Eseguirà fino in fondo il suo dovere su uno scenario di armamenti puntigliosamente descritto da Mirijello, con una competenza che gli vale i complimenti di Federico Prizzi, polemologo e storico militare, autore della incisiva prefazione. Ogni trasferimento ed ogni missione di Luigi Bicchi è in realtà un pretesto per aprire parentesi sugli aspetti più duri della vita di trincea, dalla mancanza d'acqua - ci sono pagine di assoluta emozione - all'impossibilità di comunicare con l'esterno, dalla guerra ai pidocchi alla legge marziale che interviene quando i soldati familiarizzano col nemico. E' carcere per chi lancia un pezzo di pane e ne riceve in cambio un pacchetto di sigarette. E' carcere per chi risponde all'austriaco che grida "come stai?". Anche un "Buon Natale" equivale al reato di "agevolazione al nemico". Tutto questo narra Mirijello, insieme alle lezioni di balistica e alla favola di un amore vicentino per Luigi, la commessa Anna che lo attende in città, ogni volta che sbuca in divisa tra ondate di vapore e si fa travolgere da un abbraccio in stazione. Dopo un inverno tremendo sul Pasubio, costruita la Strada delle Gallerie, inizia la guerra sotterranea tra i Denti. Ancora morte e distruzione, per lui altri sei mesi sul fronte del Carso fino al congedo e alle medaglie al valore. «Non mi interessava essere considerato un eroe: speravo solo che mia figlia ricordasse quanto a più lungo possibile il fatto che suo padre e sua madre si erano battuti per qualcosa di migliore e di più grande» è la chiusa di Bicchi, che affida il diario ai posteri e alle montagne, finalmente mansuete.

giovedì 21 settembre 2017

IN LIBRERIA - Recensione di Stefano Aluisini

Il secondo romanzo storico di Saverio Mirijello racconta la vita di un “cecchino” italiano, un soldato scelto per la sua comprovata abilità nel tiro e nei movimenti sul terreno, individuato per assolvere un ruolo ingrato e pericolosissimo che lo porterà infine in uno dei luoghi più terribili della Grande Guerra, il Monte Pasubio. Lassù, su quella montagna tormentata che gli stessi austroungarici chiameranno “la caldaia delle streghe”, vivrà la sua esperienza più estrema che lo condurrà sino ad una sorta di battaglia personale contro il suo omologo dell’esercito imperiale. Una guerra fatta di silenzi e movimenti furtivi, di tracce cancellate e di impercettibili odori portati dal cambiare del vento, di uomini soli con il proprio fucile che scrutano per ore attraverso il mirino del cannocchiale le postazioni nemiche o gli anfratti più inaccessibili dai quali si sentono perennemente osservati. E tra la terribile routine della battaglia, con i suoi assalti disperati e sotto i bombardamenti più pesanti, con i soldati perseguitati dalle valanghe o da una sete inestinguibile, la guerra per lui si riduce a un colpo solo, perfettamente studiato, sparato nell’istante giusto. Eppure non c’è vendetta nei suoi occhi, non c’è rancore nei suoi pensieri; così mentre migliaia di uomini scavano la roccia per fuggire alla distruzione o cercare a loro volta di fare saltare le postazioni nemiche, lui dorme sotto un cielo infinito i sonni più tormentati, nella spasmodica attesa che le prime luci dell’alba gli indichino il bersaglio. In questa storia emozionante e raccontata sullo sfondo di più generali eventi storici realmente accaduti, il protagonista vede cadere uno dopo l’altro tanti commilitoni della prima ora, soldati d’ogni parte d’Italia, in quello che diventa un realistico affresco della guerra in prima linea. Sino al giorno in cui la caccia della quale era protagonista, ma anche vittima, lo porterà infine a scontrarsi corpo a corpo proprio con il fantasma che ossessionava le sue missioni.

(Da: www.memoriaestoria.it/libri/)

martedì 8 agosto 2017

LA CALDAIA DELLE STREGHE

Pasubio, 1916. I due eserciti contrapposti non riescono a scalzarsi a vicenda. Sulle cime del Massiccio, la guerra si è incagliata e le truppe italiane accusano varie perdite conseguenti anche ad azioni di cecchinaggio. Un tiratore in particolare, tremendamente preciso nel colpire a freddo, sta seminando autentico terrore. Al sergente Luigi Bicchi viene affidata una missione speciale con ampia discrezionalità. Egli sente il peso insopportabile di un passato da cui vuole liberarsi e sa che dall’esito delle sue azioni dipenderà molto del suo futuro e del destino dei suoi compagni.

martedì 20 dicembre 2016

Intervista sul libro "QUELLO CHE SAREMMO STATI" a cura di Alessandro Scandale (La Domenica di Vicenza)

Come questa pietra è il mio pianto che non si vede. La morte si sconta vivendo. È significativa la citazione dalla poesia Sono una creatura di Giuseppe Ungaretti, posta all'inizio del nuovo romanzo dei vicentini Ruggero Dal Molin e Saverio Mirijello Quello che saremmo stati (Attilio Fraccaro editore, Bassano del Grappa). Ungaretti, che si arruolò volontario durante il primo conflitto mondiale sul Carso e che da quella tragica esperienza attinse per scrivere alcuni dei versi più toccanti della poesia italiana - come la celebre San Martino del Carso ("Ma nel cuore nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato") è forse lo scrittore italiano che ha saputo descrivere al meglio, con il linguaggio breve e intenso della poesia, un dramma per molti versi ancora oggi indicibile. Lo stesso dramma che i due vicentini hanno cercato di narrare attraverso una storia realistica, ambientata in un Veneto avviato alla rinascita dopo le tragedie dei conflitti mondiali. Un avvocato vicentino è alla ricerca della verità sul padre mai conosciuto, morto nel corso della Grande Guerra: nei giorni dell'inconsolabile dolore dovuto alla perdita dell'amata madre, l'uomo inizia una ricerca che lo porta a scoprire un inaspettato risvolto del quale non era mai venuto a conoscenza. "Io non ho mai conosciuto mio padre, la guerra me lo ha portato via quando ero ancora troppo piccolo. Di lui non ho alcuna memoria, nemmeno quella di mia madre. Il destino tuttavia, se con una mano ti carpisce gli affetti più cari, con l'altra a volte te ne dona degli altri, e la vita col tempo mi ha saputo regalare una moglie stupenda e due splendidi figli. Ora però, alle soglie dei miei 50 anni, ecco all'improvviso, dal passato, una lettera con una rivelazione sconvolgente..."
Il romanzo storico firmato da Dal Molin e Mirijello è ambientato negli anni 50 tra Vicenza, Bassano, l'Altopiano dei 7 Comuni e il Monte Ortigara. Ne esce un quadro di un Veneto più povero, ma anche più semplice e meno complicato di oggi, in un libro ricco di storia ma anche di storie, per non dimenticare e per comprendere come superare il passato: la storia di un uomo che potrebbe essere uno di noi, e di una donna che rappresenta al meglio la forza femminile. La trama sembra evocare la necessità di far rivivere quella parte di storia riletta dal basso, che ha permeato la nostra coscienza collettiva e oggi rinasce nei cuori di tanti, portandoci il ricordo degli anni migliori, frutto del sacrificio di quanti spesero la loro giovane vita nel sacrificio estremo in difesa della nazione. Gli autori rievocano, con commossa partecipazione ed empatia, episodi storici e al tempo stesso personali ed umanissimi, come la lettera testamento indirizzata ai genitori dal Sottotenente Adolfo Ferrero, piemontese morto sull'Ortigara, in cui si legge "un figlio morto per la Patria non è mai morto". O come la testimonianza sofferta di un alpino bassanese che, ricordando l'Ortigara come il "calvario degli alpini", confessa che più ancora della guerra in sé erano altri elementi a pesare: la sete, ad esempio, vera e propria piaga per i soldati al fronte (come si può anche vedere in una sezione della mostra sulla Grande Guerra attualmente in corso al Museo Civico di Vicenza). Il vero pregio del libro sta, a nostro avviso, nel messaggio chiaro e forte che forse la vera Storia non la fanno tanto le battaglie o le ricorrenze, ma le persone. E tra queste ci sono coloro che hanno vissuto il conflitto in prima lina, ma anche chi la guerra l’ha vista da lontano. Come le donne che, da casa, attendevano i loro mariti, o i figli che ogni giorno si affacciavano alla finestra con la speranza di vedere il padre o il fratello tornare dai campi di battaglia. Così gli autori, raccontando la storia di un uomo alla ricerca della verità sul padre che non ha mai conosciuto per colpa della guerra, raccontano anche un conflitto interiore, un viaggio nel tempo e nella storia attraverso i luoghi che, oggi, sono rimasti un simbolo del nostro territorio. Fino a giungere all'ultimo, commosso e memorabile capitolo in cui sembrano indicarci la via di una fraterna e possibile redenzione, al di là delle guerre e delle ideologie. Una sorta di pietas che supera qualsiasi razionalità, qualsiasi conflitto, per fondersi in un abbraccio che simboleggia un messaggio di autentica e ritrovata pace. Un simbolo da tenere a memoria anche per le tante guerre che ancora oggi infestano questo nostro complicato mondo.
Abbiamo incontrato Saverio Mirijello e dialogato con lui.
Com’è nato questo romanzo a quattro mani con Dal Molin?
"È un libro nato da un’idea condivisa con Ruggero di un testo che parlasse non soltanto della guerra, ma di come le persone ne subiscono la crudeltà, sia direttamente, come i soldati al fronte, sia sul tragico piano delle conseguenze, come i civili. In questo senso la Grande Guerra fu purtroppo un conflitto moderno anche per il coinvolgimento attivo delle popolazioni. Il nostro lavoro - che ci ha impegnati tre anni, dapprima per la fase di documentazione e quindi per la scrittura - è stato un ricordo di tutta la gente che ha patito per un’intera vita il dolore di un’assenza".
La vicenda valorizza anche la figura femminile, come nel rapporto di profondo amore del protagonista con la moglie?
"Quella di creare un personaggio femminile è stata un’idea precisa che avevo. Il fondamentale ruolo delle donne nella Grande Guerra, come sacrificio e come impegno, per lungo tempo non è mai stato posto sotto la giusta luce. Sonia, la moglie del protagonista, è quindi volutamente un omaggio alle donne, alla loro determinazione, alla capacità di rispondere sempre presente cercando comunque di porre ai danni creati dall’uomo, e alla capacità femminile di riuscire a farci riflettere, anche su noi stessi e sui nostri limiti".
La ricerca storica del protagonista diventa anche un percorso personale di consapevolezza alla ricerca di un padre scomparso troppo presto?
"Sì. Il protagonista si è affermato nel campo professionale, è felicemente padre di famiglia, ma in fondo all’animo ha un vuoto. Ad ormai cinquant’anni pensava di averlo colmato, ma ben presto si accorgerà che quella ferita interiore non si era mai del tutto rimarginata. Inizierà così a cercare le tracce di quel padre che gli è mancato, trovando prima di ogni altra cosa la forza dentro di sé".
Lei nelle sue conferenze afferma che ci sono ancora molti aspetti della Grande Guerra da esplorare: vuol dire che la sua ricerca storica continuerà?
"Sono un ricercatore storico per passione e per convinzione. La prima motivazione viene dalla mia passione per l’approfondimento degli eventi, per capire il presente partendo dallo studio del passato, mentre la seconda viene dal fatto che la verità storica, spesso, viene scritta dai vincitori o da qualcuno che intende far sapere soltanto la verità ufficiale, di comodo, non quella effettiva dei fatti accaduti. Spero di non dover mai smettere di ricercare la verità in questo senso. Ma soprattutto, ed è quanto sto cercando di portare avanti da tempo col mio contributo personale, spero che le nuove generazioni raccolgano il testimone di noi ricercatori e studiosi della storia e cultura territoriale e portino avanti questo impegno".
Nel finale lei e Dal Molin lanciate un messaggio di pace universale: è una speranza per il futuro?
"È un messaggio di pace non generico, affinché l’uomo non commetta ancora i tragici errori del passato. In quanto tale, la storia ci condanna come esseri ripetitivi. Forse è soltanto un’illusione, ma abbiamo il dovere di continuare a credere in un futuro migliore, soprattutto senza la guerra come risposta ultima alla soluzione delle controversie, al perseguimento d’interessi di parte e come ambizione assurda di una supremazia assoluta dell’uomo sui suoi simili".

(nr. 45 anno XXI del 17 dicembre 2016)

lunedì 29 agosto 2016

Intervista sul libro "QUELLO CHE SAREMMO STATI" a cura di Martina Mazzaro (Il Camposampierese)

Raccontare la storia non è semplice. Conflitti, perdite, dolore, ma anche forza, speranza e vittoria. Qual è, quindi, il vero trionfo? Se lo potessimo chiedere ad un soldato, probabilmente ci risponderebbe che la conquista più grande è ritornare a casa. Purtroppo, però, la guerra non guarda in faccia nessuno. Date, battaglie, trattati… Forse la vera Storia, quella con la S maiuscola, sono le persone. Negli ultimi anni nella società si respira l’esigenza pura di trascrivere queste storie. Racconti di chi ha vissuto il conflitto non solo in prima persona, ma anche di chi, la guerra, l’ha vista da lontano. Parliamo delle donne che, da casa, attendevano i loro mariti, o ancora dei figli che ogni giorno si affacciavano alla finestra con la speranza di vedere il padre o il fratello tornare dai campi di battaglia. Magari per sempre. Magari sognando una pace che, ancora oggi, l’uomo non è in grado di stipulare. Quello che hanno voluto fare Ruggero Dal Molin, ricercatore storico e imprenditore artigiano di Bassano del Grappa, e Saverio Mirijello, anche lui ricercatore storico e pubblicista di Vicenza, è raccontare la storia di un uomo, un avvocato cinquantenne alla ricerca della verità sul padre che non ha mai conosciuto, e che la guerra gli ha strappato.
Quello che saremmo stati”, questo il titolo del libro che, dopo la prima ad Asiago, i due autori presenteranno a Villanova di Camposampiero, racconta un conflitto interiore, un viaggio nel tempo e nella storia attraverso i luoghi che, oggi, sono rimasti un simbolo del nostro tricolore. L’incontro, organizzato dal comune di Villanova in collaborazione con la Pro Loco e con il Comitato Biblioteca, avrà luogo venerdì 2 settembre alle 19 nello spazio adibito alla mostra del libro, in piazza Mariutto 13.
Signor Mirijello, com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo?
«Quando ho conosciuto Ruggero, mi ha raccontato di questo soggetto che aveva in mente e cercava qualcuno che lo aiutasse a rendere le sue idee pagine di un libro. E’ nata una bella amicizia, che poi si è trasformata in una collaborazione. Così, cinque anni fa, ci siamo messi al lavoro. Il nostro progetto era quello di narrare una storia non tanto bellica ma, piuttosto, che raccontasse di come la guerra influisce sulla vita delle persone. Dopo aver letto una lettera del tenente Ferrero, realmente esistito, abbiamo pensato di far coincidere la scoperta di questo documento con la storia del protagonista che, negli stessi anni, trova una lettera in cui sono riportate alcune informazioni sul padre scomparso. E’ un espediente per dare alla storia reale una sfumatura romanzata, in modo che il lettore possa trovare una certa corrispondenza. Dopo lunghi anni di ricerche e di raccolta di testimonianze, siamo riusciti a pubblicare questo testo».
Un romanzo che omaggia non solo il nostro territorio, ma anche la figura femminile.
«Nel romanzo ho creato la figura di Sonia, moglie del protagonista, per dimostrare quanto sia importante la donna. Uno degli argomenti di cui non si è mai parlato abbastanza e che ho voluto proporre nel libro è proprio quello della figura femminile nel contesto della guerra: la donna nelle retrovie, che ha portato avanti l’economia e la società, ma anche la donna come forza morale. Prima subisce la guerra dal punto di vista fisico, poi interiore. Una donna che deve curare gli uomini, aspettarli al ritorno a casa, badare ai figli e portare avanti la famiglia. Nel romanzo Sonia è l’emblema del mondo femminile».
E’ una storia che racconta una tragedia, quella della guerra e della perdita di una persona cara, ma in cui la speranza e il desiderio di conoscere la verità sono una sorta di omaggio alla vita.
«Esatto. Nel libro non si parla solo della tragedia della guerra, ma anche di come la gente affronta la quotidianità. Alcuni capitoli sono dedicati al rapporto che ha il protagonista con i figli, le uscite in famiglia, i giochi… La sofferenza per la perdita di una persona cara è contrapposta al coraggio di ogni giorno nel portare avanti la propria vita. Quella degli anni Cinquanta era un’Italia diversa. L’inizio della ricostruzione, poi il boom degli anni Sessanta… c’era molta più speranza nel futuro rispetto ad oggi. Però, allo stesso tempo, vi erano molti ostacoli e ricordi non facili da superare. La Grande Guerra prima, un secondo conflitto mondiale poi. Le ferite non erano ancora del tutto guarite, ma la speranza e l’impegno nel portare avanti la propria vita volevano essere un omaggio alla stessa vita».
Un libro che parla dei valori di un tempo, sicuramente molto diversi rispetto a quelli della società odierna.
«Stiamo parlando di una società che veniva dall’Ottocento, con dei valori importanti, legati al senso di appartenenza alla Nazione. La gente andava a morire senza sapere esattamente le ragioni per cui combatteva. L’obiettivo era difendere la propria casa. Tra le numerose testimonianze che ho raccolto durante le mie ricerche, erano molti i soldati che avevano gli austriaci davanti a sé mentre alle spalle si trovavano le loro famiglie, il loro paese. Stiamo parlando dei valori della gente umile, povera dal punto di vista dell’istruzione ma sicuramente molto più ricca rispetto all’appartenenza alla patria, alla difesa della famiglia, alla voglia di farcela.  Troppo spesso i soldati sono visti come degli automi, come macchine costruite per combattere, per vincere. Ma sono persone che hanno una loro dignità, dei principi, per questo devono essere valorizzati, raccontati e, quindi, ricordati».
Un libro ricco di Storia ma anche di storie; un romanzo nato per non dimenticare, ma allo stesso tempo per dimostrare l’importanza del futuro: la capacità di superare il passato, di non ripetere gli stessi errori; la storia di un uomo che potrebbe essere uno di noi, e di una donna che rappresenta al meglio la forza femminile.
L'incontro con gli autori Ruggero Dal Molin e Saverio Mirijello sarà una serata di cultura, storia, nonché un omaggio al nostro territorio.