lunedì 17 novembre 2008

RICORDO DI ARMANDO GERVASONI (1933-1968)


Armando Gervasoni
Quarant’anni fa, il 17 novembre 1968, Armando Gervasoni, giovane giornalista vicentino di talento, muore a soli 35 anni in un incidente stradale. Insieme al libro di Tina Merlin, il suo testo “I corvi di Erto e Casso” rimane un testo fondamentale per comprendere la tragedia del Vajont.
Negli anni ’50 collaboratore de “Il Mondo” di Pannunzio, agli inizi degli anni ’60, da professionista, entra nella redazione bellunese de “Il Gazzettino”. Ha l’occasione di conoscere Tina Merlin, la coraggiosa cronista de “L’Unità” che segue sin dall’inizio i lavori della costruzione della diga del Vajont da parte della Sade, e può conoscere ed approfondire molte questioni legate alla diga e alla vita degli abitanti della zona. Tutto ciò di cui viene a conoscenza viene riversato in un romanzo: tra il gennaio e il settembre del 1963, infatti, egli scrive un libro pieno d’angoscia cui darà il titolo de “I corvi di Erto e Casso”, testo quasi profetico in cui Gervasoni prefigura il disastro che sta per succedere. E’ una tragedia preannunciata, dovuta a precise e ben riconducibili responsabilità, che si scatenerà in seguito alla costruzione di una maledetta diga a fianco d’una montagna soggetta a frane e quindi completamente inaffidabile quale punto di ancoraggio della nuova opera.
Il libro del giornalista vicentino, prima del disastro, conosce varie tappe forzate che ne impediscono la pubblicazione. Nella funesta notte del 9 ottobre, quando giunge la notizia della strage del Vajont, Gervasoni non si trova più a Belluno: nei primi mesi del 1963 è stato spostato alla redazione di Rovigo de “Il Gazzettino”. L’ordine era partito dall’alto. Dal centro rodigino Gervasoni ritorna però nel Vajont, stavolta come inviato. Racconterà la disgrazia di quanto è costretto a rivedere dopo averlo purtroppo inutilmente preannunciato. Il suo libro verrà stampato nel 1967 per i tipi dell’editore Giordano di Milano, adattato stavolta alla realtà cui Gervasoni si era inizialmente ispirato con un taglio più letterario. Postumo, vedrà la luce nel 1969 anche il suo ultimo lavoro, dal titolo “Il Vajont e le responsabilità dei manager”, edito da Bramante, Milano.

La scomparsa di questo giovane uomo, padre di famiglia, scrupoloso e valente giornalista vicentino, lascerà un vuoto incolmabile.

domenica 9 novembre 2008

DIFFERENTI VISUALI




mercoledì 5 novembre 2008

L'AMERICA E LA FORZA DI CHI NON SMETTE DI SOGNARE

Il fenomeno Obama ha travalicato l’America e l’onda emotiva, dopo la sua elezione (quale 44.mo presidente degli USA) si sta allargando a tutto il mondo globalizzato, Cina ed Iran compresi. Se l’entusiamo giova, l’esaltazione però nuoce alla politica e c’è il rischio che speranze e attese vengano presto deluse e frustrate. Obama (47 anni) viene infatti spesso definito come un altro Kennedy (che ne aveva 44 anni al momento dell’elezione): il mito di JFK è ancora vivo, anche se più in Europa che in America, ma oggi sappiamo che il vero artefice della legislazione sui diritti civili, e di un welfare americano destinato ad essere smantellato dalle amministrazioni repubblicane nei 30 anni successivi, fu Lyndon Johnson, a suo tempo uno dei presidenti più impopolari. Obama ha dimostrato grande intelligenza e grande abilità nell’organizzare e condurre una campagna elettorale quasi senza errori mentre sia Hillary Clinton che John McCain, i suoi maggiori avversari, ne hanno fatti diversi. È circondato da uno stuolo di consiglieri di grande livello, economisti, diplomatici, sociologi, il meglio insomma che oggi possa offrire l’America. Ciò che consiglia cautela è piuttosto la situazione obiettiva che Obama erediterà, caratterizzata da una crisi di cui resta ancora da capire il percorso, di scegliere i mezzi per farvi fronte a cui il Paese arriva dopo anni difficili con risorse limitate da una politica demogogica di tagli fiscali indiscrimati, dai costi altissimi di una guerra ancora aperta con una moneta inflazionata che non potrà più occupare la posizione dominante che ha mantenuto per più di mezzo secolo. Ha mandato in soffitta, al termine dell’era di Bush, la visione unilaterale e muscolare dei rapporti internazionali, le teorie neo-con, della democrazia esportata sulla punta del fucile. Ha riscoperto lo statalismo keynesiano, dopo la lunga parentesi del liberismo sfrenato, della finanza allegra e selvaggia, incubatrice delle attuali sventure. Ma ha soprattutto rotto gli argini del conformismo e delle convenzioni, degli assetti costituiti del potere, testardamente maschile, rigorosamente bianco. Sul palcoscenico delle primarie e poi della maratona presidenziale hanno fatto il loro ingresso e lasciato il segno Hillary Clinton, a lungo considerata la prima potenziale presidentessa della superpotenza Usa. Poi Sarah Palin, con la sua carica comunque carismatica di paladina dei valori ipercristiani, del ventre conservatore del paese, di un diverso modo di essere donna e femminista.Ed infine lui, il fenomeno Obama, primo nero della storia Usa a conquistare la leadership di uno dei due grandi partiti statunitensi; a sconfiggere la formidabile macchina da guerra di Hillary nella primarie. Ed a puntare, lui, figlio ed erede di 300 anni di sofferenza ed umiliazione della gente nera, alla conquista della Casa Bianca. Un’impresa condotta con grande intelligenza, freddezza, lungimiranza e disciplina, pregio quest’ultimo tradizionalmente alieno alla macchina politico-elettorale del partito democratico. Una battaglia combattuta con un avversario tenace ed esperto come McCain. Anch’egli simbolo, nonostante l’età avanzata e la lunga militanza a Washington, dell’urgenza di cambiare strada dopo otto lunghi anni di regno busciano. “Change!”, invocavano a gran voce ieri decine di milioni di americani per ora in fila davanti ai seggi. E cambiamento, in ogni caso, hanno avuto. Perchè la grande forza dell'America sta nella sua irrefrenabile voglia di continuare a sognare.

giovedì 30 ottobre 2008

QUELL'INSPIEGABILE SENSO D'ITALIA - VOL. 2


sabato 18 ottobre 2008

PER OGNI SUCCESSO C'E' SEMPRE UN FALLIMENTO

Tra un paio di mesi Roger Tsien e Martin Chalfie saranno a Stoccolma per ricevere il Nobel per la Chimica e 450.000 dollari, come premio per aver messo a punto una rivoluzionaria tecnica per studiare le cellule. Ma lo scienziato che ha realizzato la ricerca iniziale, l'individuazione del gene di una medusa che produce una proteina fluorescente, senza la quale il lavoro di Tsien e Chalfie non sarebbe stato possibile, ha lasciato l'attività scientifica. Douglas Prasher, che nei primi anni '90 lavorava per l'istituto di ricerca Woods Hole Oceanographic Institution del Massachusetts, aveva condotto infatti una ricerca sulla medusa Aequorea victoria. "Sapevo che la proteina che studiavo avrebbe potuto essere utilizzata come marcatore genetico e che sarebbe stata molto utile, come in effetti si è rivelata". Lo scienziato smise però di lavorarci per ragioni personali e cercò un altro lavoro, abbandonando le meduse. Fu poi contattato separatamente da Chalfie e Tsien per il gene che aveva individuato. Ora lo scienziato che isolò quel gene fa l'autista per un rivenditore di automobili a Huntsville, Alabama, per 10 dollari l'ora. Dopo l'annuncio del Nobel per la Chimica, la settimana scorsa, diversi media sono andati a scovare Prasher a Huntsville. A tutti l'ex ricercatore di 57 anni ha risposto che non si sarebbe sentito a suo agio se fosse stato incluso tra i vincitori del Nobel. "Altri lo avrebbero meritato molto più di me" dice. "È normale che ci siano persone che lavorano con enormi sacrifici, dedicando la loro vita alla scienza, senza ricevere il Nobel".

mercoledì 15 ottobre 2008

QUELL'INSPIEGABILE SENSO D'ITALIA





domenica 5 ottobre 2008

QUANDO LA DEMOCRAZIA E' AZZOPPATA

L'utilità della libertà di espressione e di voto non si misura solo a partire dal suo "rendimento" concreto, dall'efficacia pratica dei risultati. Se servisse solo per affermare idee incontrastabili, non si spiegherebbe perché, per quanto faticosamente, tale principio regga ancora in Italia. La libertà di espressione si ridurrebbe infatti ad essere un semplice utensile per realizzare e smerciare dei "prodotti" pubblici e/o privati; un sistema e un metodo per decidere allo stesso modo di un'azienda qualsiasi. La libertà di espressione ha valore in sé: essa è un valore in sé. Le procedure mediante cui essa si realizza fungono da fonte di legittimazione perché garantiscono il riconoscimento al diritto di manifestare il proprio pensiero, e soprattutto il dissenso in modo civile. La libertà di manifestazione del pensiero, se espressa civilmente, è utile e necessaria proprio perché, se oggettiva ed obiettiva, permette il confronto critico, incanala il dissenso sociale, garantisce la mediazione critica e sostituisce la partecipazione allo scontro. Essa, peraltro, offre un sostegno importante e insostituibile alla vera democrazia rappresentativa. Devia le forme di dissenso dentro alle logiche e alle regole del confronto civile. Isola ed estromette le frange più estreme, le pulsioni incontrollabili e le tentazioni più violente. Se essa non può essere strumento per “gestire” il malessere e le tensioni sociali, chi vi partecipa e accetta quella altrui riconosce implicitamente il gioco della democrazia. Perché si trasferisce il confronto dalla piazza a metodi e mezzi rappresentativi più civili, e quindi si preferisce attivamente la logica della libera manifestazione di pensiero a quella dello scontro. Senza ad esempio la libertà di stampa e di espressione democratica invece, la società si ritrova azzoppata e costretta al silenzio. Se si mette un bavaglio a questi diritti si sancisce, semplicemente, che la democrazia è una “cosa” inutile. Che la partecipazione non serve, che l'ascolto e la comunicazione sono soltanto dei vizi. Che magari è perfino meglio decidere ignorando il dissenso, dichiarando cioè preventivamente "illegittima" la minima possibilità di farlo emergere. Ma la libertà di libera espressione, che è una forma diretta della democrazia, ha una sua funzione “terapeutica”, prima che concreta e strumentale: serve a curare, prevenendola, dall’estremizzazione dei rapporti sociali e politici, a evitare che la loro possibile frustrazione degeneri, intaccando il corpo stesso del dialogo civile. Quando la libertà di espressione è resa sterile, inutile, insignificante, quando è svuotata del suo reale valore, allo stesso modo della democrazia, allora è lecito avere paura non solo del proprio futuro.
(Un ringraziamento personale a Ilvo Diamanti)